Il progetto torinese affronta la sfida di reinterpretare un classico moderno con profondità e visione. “Dark Phoenix” è il preludio a un’evoluzione sonora fatta di passaggi narrativi e paesaggi interiori. La musica diventa racconto, il racconto si fa atmosfera: una metamorfosi che brucia e incanta.

Il vostro percorso sembra un continuo dialogo tra cinema e musica. È un connubio naturale per voi?
L’idea originale da cui arrivò la prima stesura dei brani, nacque da Fabrizio, con l’intenzione di essere puramente strumentale e strutturata per il mondo post rock. Quando ci fu l’incontro con Flavio che decise di partecipare al progetto, portò molta della sua cultura cinematografica negli arrangiamenti e nacque così “The Sounds Of A Large Crowd”. Dopo questi anni di lavoro insieme possiamo dire che questo progetto non potrebbe avere questo equilibrio, se entrambi non avessimo potuto esprimere la propria musica complementando le idee dell’altro.
Qual è stata la reazione più inaspettata che avete ricevuto su questa versione di “Dark Phoenix”?
Già in fase di pre-produzione, non si riusciva a distinguere l’originale dalla nostra versione, come se, in qualche modo, fosse stata pensata per essere così, più diretta.
Pensate che la reinterpretazione sia un modo per rendere eterna la musica, prolungandone il senso?
Non sappiamo se ne può prolungare il senso o renderla eterna. Da parte nostra possiamo dire che la reinterpretazione aggiunge una parte emotiva e creativa, si arricchisce di qualcosa che, in alcuni casi, può permettere al brano originale di essere conosciuto anche sotto altre sfaccettature.
Com’è cambiato il vostro approccio alla composizione rispetto ai primi lavori come A Good Man Goes To War?
Abbiamo implementato parecchi strumenti alla nostra scrittura. Prima di Dark Phoenix usavamo poco le sezioni orchestrali dei fiati, come anche i synth, quindi adesso abbiamo molta più attenzione allo strumento che utilizziamo, in modo da dargli il giusto spazio nell’atmosfera che vogliamo creare e cercando di sfruttarlo nel modo migliore per la progressione del brano.
Quanto vi ha influenzati, se vi ha influenzati, il periodo pandemico nel modo di fare musica?
Non crediamo ci abbia influenzato in qualche modo, ci ha dato probabilmente il pretesto per imparare a scrivere musica in maniera diversa. Non potendoci trovare a suonare in studio insieme, abbiamo approfondito molto l’utilizzo dei vari programmi di home recording e strumenti virtuali. Diciamo che questa condizione ci ha aiutati a non restare fermi e continuare con la composizione musicale.
Immaginate il vostro futuro ancora legato alle colonne sonore o state già esplorando nuovi territori sonori?
Sicuramente il mondo cinematografico e quello delle colonne sonore sarà il nostro obiettivo per il futuro.