Un brano nato per caso, maturato come un sussurro diventato urlo. Maree Selvagge ci porta dentro il dietro le quinte del suo primo singolo, tra libertà espressiva, compromessi evitati e ispirazioni pescate nella musica degli altri. Un debutto consapevole e senza compromessi.

Come è nato il nome del progetto “Maree Selvagge” e cosa rappresenta per te?
Volevo coniugare l’idea alla base del progetto musicale con qualcosa che parlasse di me, e in cui potessi immedesimarmi. Da qui il richiamo a un’immagine molto specifica. Mi è stata diagnosticata infatti una lieve forma di ADHD, che in qualche maniera interferisce e segna la mia vita da quando ero bambino. L’ADHD però si porta dietro alcuni tratti peculiari: oltre all’attenzione ballerina e all’iperattività tende a stimolare molto la sfera creativa, in maniere a volte imprevedibili e scostanti. Da qui l’aspetto “selvaggio” del nome, e le maree che sono una componente naturale carica dei significati di ritorno, del ritmo di contrazione ed espansione furiosa della mia mente, a volte anche della imprevedibile violenza delle mareggiate che si portano dietro, tutto un grande simbolismo del mio mondo creativo.
Il primo verso del singolo è un invito: in che modo speri che l’ascoltatore risponda a quell’invito?
Viviamo un’era incerta, segnata dallo strapotere dei social e ancora soggetta al grigiore delle routine e della rassegnazione. Mi piacerebbe però che l’invito del mio brano regali anche solo una piccola epifania a chi ascolta, o che possa seminare un’idea: siamo padroni della nostra vita, rendiamola unica, confezionamola a nostra misura e secondo quanto desideriamo davvero, senza paura di osare.
Ti definisci più istintivo o razionale nella creazione musicale?
Sono due mondi che devono scontrarsi e mescolarsi per forza di cose, ma le prime ispirazioni di solito sono puro istinto: tendo ad essere guidato all’improvviso da immagini, scene, parole che si formano nella mente, molto spesso quando non sono neanche attivamente impegnato a pensare a qualcosa. Da qui sono nate idee di tutti i tipi, ma è la parte razionale che prende quell’idea per mano e la aiuta a formarsi: senza la costanza e la dedizione, senza strutture, in qualsiasi ambito artistico spesso non c’è modo di andare avanti se non con grande sforzo. Capitano testi che “si scrivono da soli”, e lunghe sessioni istintive di alcune ore filate in cui mi lascio predare dal furore creativo, ma sono casi isolati, su tutto il resto della produzione è necessario bilanciare l’istinto feroce e la razionalità più fredda per arrivare al traguardo.
Quali strumenti o elementi ti aiutano a mantenere il contatto con la tua parte più vera durante la scrittura?
Adoro ritagliarmi del tempo da passare nei parchi, o nelle campagne. Sono momenti di raccoglimento preziosi che aiutano a incanalare le energie creative e a darmi ispirazione e slancio. Molto più spesso però, quando questi posti non sono accessibili, il “parco” diventa la mia testa. Basta un po’ di spazio personale, alle volte supportato da musica, cuffioni isolanti e qualche immagine, per sollevare gli argini di parole e scene che si rincorrono nella testa.
Quanto conta per te l’aspetto visivo e comunicativo nella diffusione dei tuoi brani, dai social all’immaginario visivo?
I social sono un po’ il sale dell’identità artistica ormai. Tutto passa attraverso la condivisione dei contenuti, la promozione di quanto si crea, l’inseguimento di quel mostro saccente che è l’Algoritmo. Perciò, volenti o nolenti, ci dobbiamo avere a che fare. L’aspetto social porta però con sé l’idea di stimolazione a tutto tondo: immagini, video, testi a scorrimento, ed è in realtà una parte piuttosto interessante da esplorare anche solo per divertimento. La parte visiva per me è un collante naturale di quanto scrivo. Tendo infatti a far armonizzare un po’ tutti i sensi quando creo qualcosa. Ho per esempio scritto brani musicati per un libro che sto scrivendo, per dare identità ed energia ai personaggi che ho creato, ho immaginato scene, sono “entrato” nella loro testa. E così è al contrario per un brano. Tutto è legato alla sfera sensoriale in toto, quindi un piccolo canvas, delle immagini, altri elementi di supporto diventano fondamentali per veicolare meglio l’idea, per connotare quel pezzo in maniera istintiva. Dopotutto, se vi stuzzicassi menzionando “The Dark Side of the Moon”, a cosa pensereste?
“La sirena” è solo l’inizio: puoi anticipare se ci sarà un progetto più ampio in arrivo?
Maree Selvagge nasce per dare voce a questi istinti vitali, e non è ancora il momento di spegnere quella voce. Ho in mente una piccola produzione, al momento un EP, che possa esaurire questo primo slancio creativo. Il core del progetto rimangono le armonie acustiche, ma ho sempre adorato la sperimentazione, e ho un amore sperticato per tanti strumenti e sonorità diversi. Perciò… tocca attendere i capricci della marea!