Il brano cattura l’istante in cui non si sa ancora scegliere, quando fermarsi fa paura ma muoversi lo fa ancora di più. Alfero parla della sospensione come occasione per conoscersi, del filo invisibile che lega le persone e della musica come spazio sicuro dove ascoltare ciò che ancora non riusciamo a dire.

Scrivere e cantare “Certezze” è stato un atto liberatorio o un modo per affrontare qualcosa di irrisolto?
Non credo nelle liberazioni risolutive, ma sono fermamente convinto nel potere della scrittura e della musica, che riescono a mettere in superficie ciò che c’è dentro. “Certezze” è nata come un tentativo di liberare un’emozione, altrimenti repressa. Scriverla mi ha permesso di esplorarla senza paura. Ho trasformato quell’emozione in un suono, per dargli una voce esteriore, visibile.
Qual è stata la scintilla emotiva che ti ha spinto a prendere in mano la chitarra e iniziare a scrivere questo pezzo?
Penso che la spinta sia dovuta all’ immobilità, quei momenti in cui non riuscivo a stare fermo e né a muovermi. Ho sentito il bisogno di tradurre quella sospensione in qualcosa di concreto. La chitarra è stata il mezzo, un tramite per penetrare corde più profonde. Non c’è stata una decisione intenzionale, è successo come quando smetti di cercare: solo allora trovi.
In che modo la tua attività artistica complessiva (tra teatro, poesia e musica) si alimenta reciprocamente?
Per me, non sono linguaggi separati, ma un unico corpo. Il teatro mi insegna la presenza, la poesia mi offre la precisione della parola, mentre la musica unisce tutto in un flusso emotivo. Quando scrivo, c’è sempre un po’ di scena e un po’ di verso, e quando recito, c’è sempre una musicalità sottostante. Tutto nasce da un unico impulso: raccontare l’emozione attraverso forme diverse, a volte anche solo con un gesto o un suono.
Il brano si muove su una ritmica delicata e ariosa. Quanto conta per te il suono rispetto alla parola nella costruzione di un brano?
Spesso parto da un giro armonico, una sonorità che definisce un momento. La parola arriva dopo o quasi contemporaneamente, come se fosse chiamata a emergere da una vibrazione. Mi interessa la musicalità del linguaggio, la sua capacità di evocare più che di spiegare. In “Certezze”, ogni parola è stata scelta anche per come dialoga con la chitarra, per come si appoggia sul tempo. Credo che il suono sia la prima emozione, il significato viene dopo.
Come vivi il rapporto con il pubblico? Ti interessa sapere cosa ognuno coglie della tua musica o preferisci restare in quella zona ermetica e sospesa?
Certo che mi interessa, ma senza cercare conferme. Ogni persona ascolta in modo diverso. Mi piace pensare che ognuno possa scoprire significati nuovi, diversi che non avrei mai immaginato.
Hai già immaginato come potrebbe evolversi il tuo prossimo brano o lasci spazio all’imprevedibilità?
Sarà sicuramente una naturale evoluzione di Certezze, oppure qualcosa di completamente diverso. L’unica certezza è che mi lascierò guidare dal suono e dall’ascolto profondo delle emozioni. L’imprevedibilità è una parte del mio processo creativo: non sapere dove stò andando, come un naufrago di me stesso, riconoscerò il luogo appena ci arriverò.