“A piedi nudi”: un titolo che la dice lunghissima sul modo di stare al mondo, di stare nel suono e nelle intenzioni di questo rock d’autore tutto italiano. Tornano i NIGRA e lo fanno passando dalla DCAVE Records di Daniele Grasso e cercando di confezionare un disco “politico” in senso romantico e sociale del termine. Sonorità mediterranee dentro ruvide soluzioni di chitarre e un piglio cantautorale nelle liriche… un disco sulla consapevolezza dell’io.

“A piedi nudi”: come titolo mi fa pensare ad una pelle esposta… nuda appunto… in un punto del corpo fragile. Secondo voi questo disco è così? Vi è riuscito così?
Sì, è proprio da lì che nasce l’immagine. A piedi nudi è esporsi senza protezioni, sentire il freddo, le asperità, ma anche il calore della terra. È un disco che non cerca armature né pose: è fragile perché è sincero. Se ci siamo riusciti lo dirà il tempo, ma di sicuro è il lavoro in cui ci siamo tolti più strati possibile, lasciando che le canzoni camminassero da sole.
Il rock per quanto pop ha comunque un tono di sfida, di ruggine, di rabbia… sembra il contrario della fragilità: controvate?
In realtà per noi fragilità e rabbia convivono. La sfida non è sempre muscoli e volume: a volte è avere il coraggio di mostrarsi vulnerabili. La ruggine di cui parli è quella che resta addosso vivendo, sbattendo contro le cose. Il rock diventa il linguaggio naturale per raccontare anche la fragilità, non il suo opposto.
Calabria, Mediterraneo e Sud America… la Sicilia di Daniele Grasso… quale che sia la latitudine penso che in fondo ovunque è come casa… siamo uguali ovunque… che sia questo il centro del disco?
Sì, il disco nasce proprio da questa idea di appartenenza che non ha confini precisi. La Calabria, il Mediterraneo, il Sud America o la Sicilia sono luoghi reali ma anche emotivi. Cambiano i paesaggi, non le domande che ci portiamo dentro. In questo senso A piedi nudi parla di radici, ma anche di un sentirsi a casa ovunque si riesca a essere autentici.
Il mondo cambia e male… la musica? Il vostro rifugio o anche questo secondo voi è un mondo che cambia e male?
La musica è entrambe le cose. È un rifugio necessario, quasi vitale, ma è anche uno specchio del mondo che cambia. L’industria spesso va in direzioni che non sentiamo nostre, ma la musica in sé resta un luogo puro finché continui a usarla per dire qualcosa di vero. Finché scriviamo per necessità e non per strategia, per noi resta salvezza.
Dal vivo che storia state scrivendo? Come è stato accolto il disco?
Dal vivo stiamo scrivendo una storia fatta di contatto, di sudore, di sguardi. Le canzoni di A piedi nudisul palco trovano un’altra vita, più ruvida e più diretta. L’accoglienza è stata intensa, spesso emotiva: sentiamo che il pubblico riconosce quella nudità di cui parlavamo prima. Ed è forse la conferma più bella che potevamo aspettarci.