Che bello questo disco dal titolo “Collezione di arretrati”. Vero come dice la critica in giro per la rete: pulito e semplice denso di una produzione che fa di AdriaCo un artista già ampiamente maturo sin da questo suo primo lavoro di inediti. Un viaggio dentro gli “arretrati” di una vita, rappresentati forse anche da queste canzoni scritte e poi lasciate nel tempo, riprese e poi restituite a nuove soluzioni artistiche che vedono i contributi di una larghissima famiglia dentro cui troviamo Alessandro Passi, Emanuele Luigi Andolfi, Valerio Passi, Francesco Angiolini, Giuseppe Di Pasqua, Luca Lavorgna, Alessandro Molinaro, Jacopo Mariotti e Matteo Bussotti. La produzione e gli arrangiamenti sono curati da AdriaCo insieme a Eulalia e, per alcune tracce, con Emanuele Luigi Andolfi. La semplicità che diviene ornamento di bel canto, di nuovo pop, di canzone d’autore che in fondo resterà a lungo…

Che significa per te un esordio oggi?
Significa mettersi in gioco al 100%, scegliere che posto occupare in un mondo complicato, dove collocarsi non solo in termini di mercato ma anche artistici. Capire che cosa hai da dire davvero. Cosa significa per te fare musica, pubblicarla, in un’epoca in cui tutti se vogliono possono farlo. Significa mettersi alla prova in ogni modo possibile, perché servono persone, soldi, una visione e un a guida, che nel mio caso è stata tutta mia, personale. Per me questo esordio è stato un reset su nuove fondamenta rispetto a tutto ciò che ho fatto prima. Un finto esordio perché non sono nuovo davvero, ma sicuramente un esordio perché esco per la prima volta con questo nome e questa faccia musicale. Sento che sono io al 100% e questo era il mio desiderio più grande quando ho deciso di pubblicare un disco.
E soprattutto quanto queste canzoni somigliano a quelle che avevi dentro nel momento della scrittura? E mi riferisco ai brani più vecchi…
Direi che sono proprio loro, in particolare per canzoni come Un’Altra Favola, Sogno, Pesci, Mercato, Incubo, sono rimasto molto fedele alle idee embrionali. È stata una precisa volontà condivisa da tutte le persone che hanno lavorato al disco: svecchiamo ma non troppo. Anche Cicatrici suona esattamente come avrei voluto nel 2009 anche se era nata in inglese. Togliendo le nuove poi, che sono nate già in fase di produzione, forse quella che ha avuto più “rimaneggiamenti” è stata Amati, che è profondamente intaccata nella struttura e nell’arrangiamento ma non è stato un incidente di percorso. Amati è uno di quei pezzi che ho portato sul palco appena scritte, suonate per anni in acustico cambiando ogni volta forma e crescendo con me. Volevo trovare una veste che fosse definitiva. Per quanto riguarda Al Tramonto nonostante l’aggiunta di effetti molto moderni e di autotune su alcune backing vocals, in realtà il risultato finale è molto in linea con quello che immaginai quando la scrissi. Volevo un suono ruvido, con rumori di ambiente, riverberi. Ho rinunciato all’organo di chiesa che l’avrebbe resa un requiem pesante, siamo andati su pad e suoni di atmosfera.
Ho come l’impressione che venga fuori una produzione che un poco edulcori tutto o che in qualche modo lo amplifica esteticamente. Cosa ne pensi?
Non saprei… Mi affido sempre al senso delle canzoni e non cerco un’estetica tanto per averla. Laddove c’è dell’edulcorato forse è nelle canzoni stesse. Molte sono scritte in momenti diversi della mia vita, in cui sognavo una vita da popstar e quindi ci sta che siano un po’ ingenue in alcune scelte stilistiche, sia nei testi che nella musica. Caratteristica che invece poi non ritrovo nelle canzoni più recenti come Assedio o Dire. Però può darsi anche che mi sbagli, i cantautori non sono mai del tutto lucidi e obiettivi su ciò che producono. Ogni canzone è un pezzo di noi.
Che rapporto hai con la parola “pop”? Visto che in Italia i puristi storcono sempre un poco il naso…
Mah, devo dire che non ho mai capito cosa voglia dire “pop”. È un termine camaleonte che cambia significato rapidamente, perché in sintesi vuol dire “cioè che vende, che diventa popolare”. E siamo in un’epoca di cambiamento transgenerazionale immenso. Sta cambiando il modo di fruire la musica, gli spazi e i canali, si sono creati microuniversi segregati tra loro, penso ad esempio a come e dove ascolta la musica la Gen Z. I millennial di cui faccio parte sono un po’ in mezzo a due mondi e scelgono di volta in volta da cosa pescare. Per cui siamo una generazione forse molto confusa su cosa sia pop, cosa sia vendibile. Già da ascoltatore sono restio a ogni etichetta, mi piace variare senza pregiudizi. Da cantautore a maggior ragione mi dico che sono molto stanco delle strategie e voglio fare musica come mi piace, come mi viene, che tanto il mercato è imprevedibile.
E spulciando la produzione ancora… ha senso parlare di lavoro collettivo?
Da un certo punto di vista sì ma è molto più mio di ciò che possa sembrare dalla valanga di nomi nei credits. In quasi tutti i brani ci sono co-compositori, ma in verità è più un mio riconoscimento per il lavoro svolto sugli arrangiamenti e le registrazioni, una cosa che in teoria in Italia non è tutelata (in SIAE viene depositato il testo e la melodia). Io in tutti i casi sono arrivato con delle bozze complete, quello che abbiamo fatto è stato decidere come valorizzarle, come farle suonare davvero. Per me comunque il collettivo, inteso come poter contare davvero su altre persone, sempre, sentirli presenti con tutti e due i piedi su qualcosa anche se non è partito da loro, è un concetto che sta un po’ sparendo in una società individualista come la nostra. Ma lo comprendo e trovo un modo per cercare comunque i contributi degli altri, creo delle isole di collaborazione, in cui anche l’altro possa esprimersi. Resto fedele all’idea che nessun artista possa davvero esistere senza gli altri. Che poi è il senso del Co di AdriaCo.
“Dire” – Official Video