Un titolo diretto, quasi provocatorio, che apre a una riflessione più ampia: “Una lacrima al giorno”. Bosa affronta il tema del dolore con una delicatezza che evita eccessi, mantenendo un tono accessibile. Un equilibrio non semplice, che qui trova una sua forma credibile e personale.

Parto diretto: perché “Una lacrima al giorno”? È più una provocazione o una verità che hai accettato?
È una verità. Una verità che ho vissuto per anni prima ancora che arrivasse la canzone. “Una lacrima al giorno” non nasce come titolo pensato a tavolino, ma come sintesi di un periodo in cui il dolore era quotidiano, quasi rituale. Col tempo ho capito che non era una caduta, ma un processo: un modo lento di elaborare quello che stavo vivendo. Quella frase non provoca, semmai racconta. Racconta il momento in cui smetti di scappare e inizi ad ascoltarti davvero.
Nel pezzo si sente un forte dialogo con il proprio riflesso. Ti è mai capitato di non riconoscerti più davvero?
Sì, assolutamente. Ed è successo proprio in quel periodo. C’era una distanza forte tra quello che ero e quello che vedevo allo specchio. Non mi riconoscevo più, e forse è stato proprio quello il punto di rottura. Quel momento davanti allo specchio non è stato solo simbolico: è stato reale. Da lì è nato tutto. È stato il primo vero confronto con me stesso, senza filtri.
Alcuni passaggi sono molto intimi, altri più universali. Come trovi l’equilibrio tra raccontarti e parlare anche agli altri?
La verità è che, quando ho scritto questa canzone, non stavo cercando alcun equilibrio. Era la prima volta che scrivevo davvero e non avevo piena consapevolezza di quello che stava accadendo. Lo ricordo come un momento quasi sospeso: ho lasciato uscire tutto, senza filtri, come un modo per esorcizzare il dolore. Solo dopo ho capito che, dentro parole così personali, c’era qualcosa che andava oltre me. Molte persone ci si sono riconosciute, trovandoci dentro la propria storia. Questa cosa mi ha colpito molto, in positivo. È stato lì che ho capito davvero la forza della musica: io stavo solo esorcizzando il mio dolore, ma dentro quelle parole altri ci hanno trovato il loro.
Come sta evolvendo il tuo percorso dopo l’album “A metà strada”?
Sto lavorando al secondo album. A livello sonoro, sto cercando sempre di più un’alchimia tra musica e parole: un suono che non accompagni semplicemente il testo, ma che lo completi, che lo renda ancora più vero. Dal punto di vista della scrittura, invece, ci sarà un cambiamento importante: resterà l’introspezione, ma si sposterà il punto di vista. Se nel primo disco il focus era molto su un “io” interiore, nel prossimo lavoro sarà più su un “tu”. Racconterò storie che mi hanno toccato, che mi hanno emozionato, ma in cui il protagonista non sono direttamente io. Il prossimo mese uscirà un nuovo brano, “Sanghe amaro”, nato dopo la perdita di mio nonno, una figura fondamentale per me. È una canzone molto personale, ma anche profondamente legata alle mie radici. Parallelamente continuo a portare avanti il live: oltre alla formazione in full band, sto valutando anche una dimensione più intima, riarrangiando i brani in chiave acustica, con una formazione più essenziale.