Follow Us

Mads e “Tutto quello che volevo Dirti”: una scrittura che commuove

Il nuovo brano di Mads funziona perché è reale, toccante. La scrittura resta essenziale e lascia spazio alle immagini e ai sentimenti, senza appesantire, costruendo un ascolto diretto che non ha bisogno di spiegazioni per arrivare.

 

Parto da una sensazione: questo brano sembra quasi una lettera che non è mai stata letta. È così che lo hai vissuto?

Sì, assolutamente. È una lettera che non è mai arrivata, ma soprattutto è una lettera che ho scritto troppo tardi. Dentro c’è tutto quello che non sono riuscito a dire quando ne avevo la possibilità. Il ritornello stesso — “Tutto quello che volevo dirti, Tutto quello che volevo darti” — nasce proprio da lì, da quel senso di vuoto e di rimorso.
È come un dialogo che continuo ancora oggi, solo che non può più avere una risposta reale. La musica è diventata l’unico modo per tenerlo vivo.

Le immagini come “il silenzio diventa un vestito” funzionano molto bene: quanto lavoro c’è dietro queste scelte apparentemente semplici?

C’è tanto lavoro, ma anche due tempi diversi. La canzone in sé mi ha richiesto circa un anno: un anno in cui ho curato ogni dettaglio, dalla scelta dei suoni fino alle parole, cercando di far combaciare tutto nel modo più sincero possibile. Però quello che c’è dentro viene da molto più lontano. Il silenzio, il dolore, certe sensazioni non nascono mentre scrivi: sono anni che me li porto dentro. Quando poi arrivi a metterli in musica, in realtà stai solo dando una forma a qualcosa che esiste già da tempo. Non parto mai dall’idea di scrivere qualcosa di “bello”, parto da quello che sento davvero. Poi c’è un lavoro di sottrazione: tolgo finché non rimane solo l’essenziale. “Il silenzio è il mio vestito” è un esempio perfetto: sembra un’immagine semplice, ma dentro ci sono anni vissuti così, in silenzio, e un anno intero passato a trovare il modo giusto per dirlo.

Nel pezzo non ci sono grandi aperture melodiche, e questo lo rende molto coerente, anche se qualcuno potrebbe aspettarsi un’esplosione emotiva. Era importante evitare questo passaggio?

Sì, era fondamentale. Questo brano non ha un’esplosione perché il dolore che racconta non esplode, resta. È qualcosa di costante, che ti accompagna in modo silenzioso ma pesante. Aprirlo troppo, renderlo più “liberatorio”, sarebbe stato quasi una forzatura. Volevo che chi lo ascolta rimanesse dentro quella sensazione, senza una via d’uscita facile. È una scelta che rispecchia esattamente come ho vissuto e vivo ancora oggi questa mancanza.

Quanto conta per te oggi l’equilibrio tra autenticità e ascolto del pubblico?

Conta tanto, ma l’autenticità viene prima di tutto. Questo brano è probabilmente la cosa più vera che abbia mai scritto, quindi non potevo permettermi di modificarlo pensando a come sarebbe stato percepito. Allo stesso tempo, però, mi interessa molto quello che succede dopo: quando le persone si riconoscono, quando mi scrivono, quando ritrovano nelle mie parole qualcosa di loro. Lì capisco che essere stato così diretto e vulnerabile ha avuto senso. Non cerco un compromesso, cerco una connessione. E quella, secondo me, arriva solo quando sei davvero onesto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *