
“Infinity” parte quasi in punta di piedi, eppure, dopo pochi secondi, ti accorgi che Max Marcolini ti ha già trascinato dentro il suo mondo. Il giro di chitarra accompagna con una naturalezza disarmante, frutto di un’esperienza decennale che permette di evitare il colpo a effetto a favore di una verità narrativa superiore. In questo brano, Marcolini dimostra che non c’è bisogno di rincorrere il virtuosismo esasperato quando si ha la capacità di far cantare le corde. “Infinity” si costruisce passo dopo passo, come un viaggio continuo dove ogni elemento trova il suo spazio senza sovraccaricare l’arrangiamento. Si avverte la mano di chi ha diretto e arrangiato grandi successi, qui prestata a un’atmosfera sospesa e sognante. Forse, per chi cerca lo scarto violento, il flusso può sembrare troppo regolare, ma è proprio questa la forza del brano: una coerenza che ti resta addosso senza essere invadente, invitandoti al riascolto per cogliere ogni singola vibrazione di una chitarra che parla al cuore prima che alla testa.