Eccolo nel mio stereo… perché io alla vecchia, ho uno stereo dentro cui ascoltare l’urgenza e la quiete… ma anche le distanze come feritoie in questo caos monolitico che c’è. Eccolo “La breve distanza” di Milomaria, disco che costruisce un luogo magico dentro cui abitare al sicuro… respirano gli spazi minimi delle relazioni umane: quei pochi passi che separano due persone, due possibilità, due vite che forse potrebbero toccarsi davvero e invece restano sospese. Non è un album che cerca il gesto clamoroso. Preferisce restare vicino alle crepe quotidiane, ai silenzi, alle esitazioni che spesso raccontano molto più delle parole.

Come dentro questa copertina: un mondo nuovo, persone a distanza che forse scoprono di vivere lo stesso punto di vista, la stessa fascinazione e le stesse fragilità. Palermo attraversa il disco non soltanto come luogo geografico, ma come stato interiore: memoria, radice, malinconia, rumore del mondo. In “Via Maqueda”, condivisa con Leo Gullotta, la città rallenta il tempo e diventa quasi una forma di pensiero; in “Santa Rosalia” il dialetto e il ritmo rituale trasformano l’identità in qualcosa di viscerale e collettivo. E poi c’è il suono…
… il suono del disco evita ogni eccesso anche nelle forme, lasciando che siano la voce e le sfumature emotive a guidarmi. Anche quando si apre a sonorità più corali o mediterranee, tutto resta trattenuto, fragile, umano. Le collaborazioni con Elisa Benetti e gli interventi di Primiano Di Biase aggiungono ulteriori sfumature d’autore a un lavoro che sembra interrogarsi continuamente su ciò che manca, più che su ciò che si possiede. “La breve distanza” finisce così per raccontare una verità semplice e dolorosa: spesso non sono gli oceani a separarci, ma pochi metri impossibili da attraversare.