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UNIPLUX, Dave Sumner e il rock senza passaporto

Tra memoria britannica, traiettorie italiane e cultura della contaminazione, il nuovo “D’yer Mak’er” di Uniplux racconta un’idea di rock che attraversa epoche, città e identità musicali differenti

Il rock, prima ancora di diventare un genere musicale, è stato un linguaggio migrante. Ha attraversato continenti, trasformato codici culturali, assorbito influenze nere americane, ironia britannica, elettronica europea, punk urbano e psichedelia suburbana. Forse è per questo che il nuovo progetto firmato Uniplux trova la propria forza proprio nell’idea di attraversamento.

La nuova rilettura di “D’yer Mak’er” non è soltanto una reinterpretazione dei Led Zeppelin. È il punto d’incontro tra biografie musicali diverse, tradizioni apparentemente lontane e un’idea di rock che continua a rifiutare i confini troppo netti.

Al centro c’è Fabio Nardelli/Uniplux, musicista cresciuto dentro la scena punk-rock italiana dei primi anni Ottanta, autore di un percorso artistico che ha sempre oscillato tra tensione espressiva, produzione musicale e attenzione ai margini culturali del discorso rock.

Ma il progetto acquista una dimensione ulteriore grazie alla presenza di Dave Sumner.

Per chi mastica storia della musica britannica, il suo nome richiama una stagione irripetibile: quella della Londra degli anni Sessanta, della Swinging London, dei club saturi di blues elettrico, delle chitarre che stavano cambiando il lessico del rock mondiale. Sumner appartiene a quella genealogia musicale. Ha attraversato ambienti, collaborazioni e circuiti professionali che collegano il beat inglese alla scena italiana, costruendo una carriera spesso sotterranea ma profondamente significativa.

La sua partecipazione al progetto Uniplux non ha il sapore dell’ospitata celebrativa. Funziona invece come un innesto organico dentro un lavoro che ragiona proprio sul dialogo tra tradizioni sonore.

E poi c’è Fabio Varrone/Anarchybrain, figura difficilmente catalogabile: musicista, produttore, performer, comunicatore. La sua presenza aggiunge al progetto un elemento di elasticità artistica che aiuta a evitare qualsiasi rigidità filologica.

Tutto questo emerge chiaramente nel modo in cui viene affrontata “D’yer Mak’er”.

Il brano dei Led Zeppelin era già, in origine, un piccolo laboratorio di contaminazione: reggae filtrato attraverso sensibilità rock britannica, groove obliquo, umorismo linguistico nascosto persino nel titolo. Non un classico monolitico, ma un organismo instabile.

Uniplux coglie proprio questo aspetto.

La nuova versione non monumentalizza il pezzo. Lo tratta come materiale vivo. Le chitarre mantengono un ruolo centrale, ma la costruzione sonora evita il peso dell’hard rock stereotipato. La pulsazione rimane mobile, il groove respira, gli strumenti dialogano senza eccessi muscolari.

In un’epoca musicale dominata spesso dalla standardizzazione algoritmica dei formati, un lavoro del genere assume quasi un valore controcorrente.

Perché il punto non è dimostrare che il rock classico “era migliore”. Il punto è ricordare che il rock, quando funziona davvero, nasce dalla capacità di mettere in relazione mondi differenti.

Ed è forse questa la lettura più interessante del nuovo lavoro di Uniplux: un rock senza passaporto, che parte dai Led Zeppelin ma passa attraverso il punk italiano, la memoria britannica, la cultura della produzione indipendente e una precisa idea di autenticità sonora.

Non nostalgia, dunque. Piuttosto geografia musicale in movimento. E dentro quel movimento, Uniplux sembra trovarsi decisamente a proprio agio.

Link ufficiali
Instagram: instagram.com/effeuniplux_official
YouTube: youtube.com/channel/uc1dsx7v9wfn2vcbd3hxbfcw
Wikipedia: it.wikipedia.org/wiki/uniplux
Facebook: facebook.com/uniplux
Spotify: open.spotify.com/intl-it/artist/4y4q4djboczcy3aqiro2ed

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