Tra invenzione e radici musicali, “Free” si muove su territori diversi mantenendo una direzione precisa. Mister Scala parla delle scelte più particolari del disco, tra ricerca linguistica, memoria e il bisogno di costruire qualcosa di personale.

In “Ghess” utilizzi lo “Scalese”. Da dove nasce questa esigenza di creare un linguaggio tuo?
Ho sempre trovato stimolante sperimentare; Lo “Scalese” l’ho sperimentato nel mio precedente album “Ciac Ta Bum” nel quale tutti i brani li ho scritti in “Scalese”; nel mio ultimo disco ho scelto “Ghess” per dargli un suono diverso al testo e renderlo più personale.
Il brano “Neanche l’ombra di un gatto” è ambientato nella pandemia. Che ricordo ti ha lasciato quel periodo?
Penso che quel periodo abbia segnato un po’ tutti. L’unica nota positiva era avere molto tempo a disposizione. Mi sono concentrato sulla mia musica.
In alcuni momenti l’album sembra volutamente irregolare nei ritmi. È un modo per evitare schemi?
Sono nato con la musica anni 70/80. Ho preso spunto anche da quel periodo per gli arrangiamenti. Una via di mezzo tra il vecchio ed il nuovo.
Quanto conta oggi per te il pubblico rispetto al bisogno personale di esprimerti?
Faccio sempre quello che mi piace. Certo, se la mia musica arriva al pubblico fa sicuramente piacere. Scrivo soprattutto per me; perché mi fa stare bene.