Beppe Pellegrino firma “Camper”, un brano che unisce dimensione intima e apertura collettiva, raccontando attraverso la musica un episodio reale trasformato in un messaggio accessibile e condivisibile.

Nel tuo progetto artistico sembra esserci una forte connessione tra vita reale e scrittura: quanto è importante per te raccontare esperienze vissute rispetto a inventare storie?
Per me la scrittura parte sempre da qualcosa che ho vissuto, sentito o visto davvero. Non perché inventare storie non mi interessi, ma perché le esperienze vissute hanno un odore particolare che parte da dentro, dettagli piccoli difficili da creare a tavolino. Anche quando romanzo un po’ quello che scrivo, il nucleo emotivo resta reale. È quello che fa scattare l’identificazione in chi ascolta: non serve che abbia vissuto la stessa cosa, ma riconosce la verità dietro le parole. Con “Camper” è stato così, è un pezzo di vita quotidiana messa in musica.
La dimensione familiare è centrale in “Camper”: pensi che oggi nella musica si parli troppo poco di questi aspetti più semplici e quotidiani?
Sì, un po’ sì. C’è tanta musica che punta al grande, all’eccesso, alla storia d’amore estrema o al dramma. Ci sta, ma rischia di lasciare fuori tutto quello che succede nel mezzo: le giornate normali, le piccole cose in famiglia, i momenti che sembrano banali ma che ti porti dietro per anni. Io credo che lì ci sia una miniera di materiale. “Camper” nasce proprio da questo, dalla voglia di raccontare una cosa semplice senza renderla epica per forza. La gente ha bisogno anche di sentirsi dire che va bene fermarsi nelle cose piccole.
Il brano ha un’atmosfera molto positiva, anche se in alcuni punti si avverte una certa ripetitività melodica: è un modo per rafforzare il messaggio oppure è nato così in modo spontaneo?
È nato spontaneo, ma poi ho capito perché funzionava. La ripetitività in “Camper” voleva dare proprio quella sensazione di circolarità, di momento che si dilata e diventa rassicurante. È un po’ come quando sei in viaggio e le ore scorrono lente, sempre uguali ma belle. Non volevo una struttura troppo elaborata che distraesse dal messaggio. Quindi sì, alla fine è diventata una scelta consapevole: la melodia ritorna per fissare l’idea di serenità e semplicità.
Dopo questo singolo, ti immagini di continuare su questa linea narrativa oppure di esplorare temi completamente diversi?
Non mi metto limiti. “Camper” è una linea che mi rappresenta adesso, e mi piacerebbe continuare a raccontare storie con questo taglio intimo e quotidiano. Ma ho anche voglia di esplorare altro, di vedere cosa succede se prendo lo stesso approccio e lo applico a temi diversi, magari più scomodi o più contrastati. L’idea è non ripetere la formula per forza, ma portare la stessa onestà in direzioni nuove. Vedremo dove mi porta il prossimo pezzo.