Non una canzone di denuncia, ma uno sguardo nudo sullo strazio umano davanti alla guerra e alla migrazione. Con “Piove”, Emilio Condello cerca un equilibrio difficile tra emozione personale e il rischio di scivolare nella retorica, lasciando che sia il silenzio, più delle parole, a parlare.

In “Piove” si sente chiaramente che non volevi fare una semplice canzone di denuncia. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra emozione personale e rischio di cadere nella retorica?
“Piove” è venuta, praticamente, di getto. Non sono stato granché a pensare. Le parole …le frasi…si formavano da sole! Anche il titolo, che è nato da una mia lacrima caduta sul foglio sul quale stavo scrivendo il testo.
Una cosa che colpisce è il modo in cui accompagni il brano senza riempirlo troppo. Anche se in qualche passaggio avrei tagliato qualche secondo per renderlo ancora più diretto, l’atmosfera resta molto intensa. Sei uno che riascolta e modifica tanto prima di pubblicare?
Per la musica mi confronto continuamente col mio arrangiatore. La base… la melodia…sono quasi immediate ma poi, ci vogliono dei mesi per il lavoro finito.
Ci sono artisti o cantautori che ti hanno insegnato che la musica può parlare anche di temi sociali senza diventare uno slogan?
Da sempre sono affascinato dal modo di comunicare di Vecchioni…di Bennato…di De Gregori: loro non lanciano slogan ma tu, dopo averli ascoltati, riesci a restare indifferente?!
Nel brano dici che non vuoi schierarti ma raccontare soltanto il dolore. Secondo te oggi si è perso un po’ il valore dell’empatia quando si parla di guerre e tragedie umane?
Oggi, purtroppo, ci abituiamo troppo rapidamente alle cose, belle o brutte che siano. Quando ero bambino io, un’azione criminosa, una guerra, una tragedia…facevano scalpore o, addirittura, orrore. Oggi abbiamo perso la capacità di “scandalizzarci”.