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Sanremo 2027 e la corsa al cambiamento: De Martino e altre storie

Sanremo e la scommessa Stefano De Martino: se per rinnovare la TV serve un ritorno alla semplicità

Giambattista Vico avrebbe detto: “Corsi e ricorsi storici”, ma per Sanremo bisogna parlare piuttosto di rincorse. Stefano De Martino ricostruisce Sanremo, sperando che sia proprio quello di cui avevamo bisogno.

Sta per chiudersi questo 2026 e, in attesa di brindare alla fine e all’inizio, abbiamo già assaggiato un anticipo di quello che ci aspetta nel nuovo anno. Tra inflazione, rincari dei beni alimentari e battaglie all’ultima goccia di benzina, la sera, sul divano, abbiamo bisogno di sentirci al sicuro: un volto pulito, il sorriso del ragazzo della porta accanto, una camicia immacolata e venti pacchi da aprire. Eccola lì la nostra comfort zone: Stefano De Martino. In una società ormai satura della compostezza e della formalità della TV “baudiana” o di quella distanza composta di Carlo Conti, uno squarcio di luce naturale sembra essere caduto su Viale Mazzini per regalarci qualcosa di diverso, di familiare.

Ma tutto questo cosa c’entra con Sanremo?

La pietra miliare della musica italiana incanta da 76 anni: nata tra le sale del Casinò, la kermesse ha finito per incollare al piccolo schermo — e oggi agli smartphone — milioni di spettatori, tutti uniti per una settimana a tifare per la canzone più bella.

Sanremo è la cartina tornasole dell’Italia: se da un lato non è minimamente pensabile che si possano risolvere in 5 serate i problemi che attanagliano lo stivale, al contempo è anche vero che può dare un’esatta disanima di ciò che succede intorno a noi. Ogni anno, la canzone che vince, i cantanti in gara e il conduttore che viene scelto sono un mix di elementi che danno la forma di quello che è successo in un anno intero da nord a sud. Per non parlare dei temi scelti: quasi sempre, nelle canzoni, ci sono rimandi a fenomeni sociali ben precisi che caratterizzano la vita di tutti i giorni. Ad esempio, l’ansia da prestazione dell’emotività nella Splash di Colapesce Dimartino, la società incastrata nei 9:16 dell’Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani o l’annichilimento umano nei Cuoricini dei Coma_Cose.

E ne sono successi di fatti sul palco dell’Ariston, anche slacciati dal contesto dell’attualità: scivoloni (e non solo di attrici emozionate), proteste, baci inaspettati, litigi in diretta, canzoni terribili di artisti leggendari e brani bellissimi di perfetti sconosciuti. E poi loro, i conduttori, che con formule più o meno innovative hanno cercato di tenerci incollati allo schermo fino a notte fonda. Anche questi ultimi ad incarnare, più o meno, un modello storico preciso.

Definire Sanremo secondo un unico modello è impossibile: è un calderone in cui bolle di tutto. Ed è proprio dentro questo prisma dalle mille sfaccettature che trova spazio il conduttore partenopeo.

Negli ultimi anni, infatti, il panorama televisivo (e quello sanremese in particolare) si è progressivamente adagiato su una confortevole prevedibilità. Tra conduzioni ingessate nei soliti schemi e un flusso ininterrotto di brani fotocopia — meteore o motivetti accattivanti destinati, nel giro di qualche stagione, ad affondare nel baratro dei nostri ricordi — la sensazione è quella di una macchina che gira a vuoto. Sanremo ha un disperato bisogno di essere rigenerato e l’energia di chi non porta sulle spalle il peso delle liturgie del passato potrebbe essere la chiave giusta per far scorrere di nuovo i meccanismi senza cigolii.

Ecco perché l’innesto di una figura giovane non è solo una scelta di palinsesto, ma è sembrato a tutti una ventata d’aria fresca. Una sferzata necessaria per ridare linfa a un ingranaggio monumentale che comincia a scricchiolare sotto la ruggine della routine.

Le prime mosse: il caso Eurovision e la svolta internazionale

Qualcosa, intanto, si è già mosso, accendendo una fiammella nel torpore generale. Stefano De Martino ha annunciato una serata interamente dedicata all’Eurovision, una giuria con voto online per coinvolgere attivamente il pubblico di qualsiasi età e la chiara volontà di riaprire le porte agli ospiti internazionali — pur senza sacrificare i ritmi dello show e lasciando la scena principale ai 24 Big in gara.

Il vero punto di svolta è proprio la serata Eurovision: un meccanismo che slega finalmente il trionfo sanremese dalla rappresentanza sul palco europeo. Una scelta non solo saggia, ma tecnicamente ineccepibile. Per troppi anni abbiamo spedito in Europa un’Italia “troppo italiana”, poco incline al respiro internazionale. Sanremo parla la lingua del nostro Paese e risponde a un gusto radicato nella tradizione locale, spesso distante dalle sonorità e dall’immaginario d’oltralpe.

Ecco perché un brano come Per sempre sì, fatto con un motivetto italianamente incalzante, può trasformarsi in un fenomeno travolgente nelle nostre radio e rimanere del tutto incompreso all’estero. Separare i due percorsi e offrire agli artisti la libertà di cimentarsi con sonorità diverse diventa così la vera mossa vincente.

L’Ariston nell’era dell’Intelligenza Artificiale

E poi, l’intelligenza artificiale: in un’epoca in cui si va alla caccia del vero, tra milioni di fake, costrutti privi di giudizio critico e immagini senza anima, il festival si pone come una bottega di espressività spontanea, pur sempre al vaglio delle logiche delle case discografiche. Escludere la “nuova tecnologia”, almeno dal palco, non è un arroccamento nostalgico, ma un atto di tutela nei confronti della musica e del capitale umano.

Perché sul palco dell’Ariston, a fare la differenza, non è mai stata la perfezione sintetica, ma l’imperfezione umana. È la voce che trema al primo ritornello, la steccata, l’imprevisto che diventa momento di culto. L’intelligenza artificiale può replicare un timbro, calcolare la struttura ideale di un tormentone o generare un arrangiamento impeccabile, ma non possiede il corpo, il vissuto, né la vulnerabilità. Preservare la performance dal vivo significa ricordare che l’arte non è un output da ottimizzare, ma un atto di presenza che trova senso proprio nella sua fallibilità.

Oltre i numeri: la rincorsa all’imprevedibile

Eppure, i numeri non mentono: sia la gestione di Amadeus sia quella di Carlo Conti hanno garantito al Festival un’egemonia d’ascolto straordinaria, attestandosi stabilmente tra i 10 e i 12 milioni di spettatori medi e su quote di share da record, comprese tra il 50% e oltre il 65%. Cifre imponenti che hanno portato risorse enormi in azienda, nonostante l’incessante ripetersi di rituali e forme obsolete. Quindi, perchè cambiare? Forse è proprio qui il punto: non sono più solo le metriche a decretare la riuscita di un Festival, ma un’esigenza che nessun dato può misurare: il bisogno di verità.

A tutto questo romanticismo del “ragazzo della porta accanto”, però, si aggancia un dubbio più che lecito: la vera incognita non riguarda i dati Auditel, ma la tenuta del personaggio. Affari Tuoi è un perimetro protetto, una bolla di leggerezza accogliente dove la semplicità di De Martino e il suo registro empatico funzionano alla perfezione. Ma Sanremo non è un access prime time: è uno specchio politico, una cassa di risonanza ideologica e un tritacarne mediatico pronto a esplodere al primo imprevisto o alla prima dichiarazione fuori posto. De Martino possiede già la maturità e le spalle larghe necessarie per gestire la pressione e le inevitabili tempeste dell’Ariston, o la patina della “TV del buonumore” rischia di sgonfiarsi alla prima vera polemica in diretta?

Oggi la Rai sembra rincorrere una «prevedibile imprevedibilità», lasciando spazio a una nuova generazione di conduttori capaci di coniugare la freschezza con quell’effetto “casa” che rassicura il pubblico. Se il futuro della TV passa da qui, non sarà grazie alla perfezione dei calcoli, ma alla capacità di scommettere sulla semplicità di una risata spontanea. E no, non può aiutarci l’intelligenza artificiale a capire se la formula funzionerà: dopotutto, l’abbiamo appena bandita dal palco.

Annalibera Di Martino

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