NADDEI: i “Mostri” di ieri e quelli di domani

NADDEI: i “Mostri” di ieri e quelli di domani

Lo conoscevo Francobeat. Non che ora non sia più Francobeat ma in un qualche modo si cambia sempre quando si cambia il proprio nome. E in questo più che cambiarlo sembra quasi ci sia stata una resa ad usarlo. Il suo nome, quello vero, dicevo il nome che ha sempre avuto. Anzi il suo cognome. In conclusione, oggi Francobeat si chiama semplicemente Naddei. E chissà se anche la musica è finalmente divenuta quella che era sempre stata sua. Un progetto che intitola “Mostri” come ad inaugurare un nuovo cammino che ad ora è fatto di confronti altissimi. Ci sono solo 5 brani e non sono inediti ma sono riletture digitali di alte scritture: c’è “Più di così no” di Piero Ciampi, c’è “Io sono uno” di Luigi Tenco, c’è “Verranno a chiederti del nostro amore” di Faber, “L’animale” di Battiato e a chiudere “Io sto bene” dei CCCP. E chissà quante ne mancano in un appello che non avrebbe mai fine. Antipasto di scritture nuove, sicuramente. Per ora è il noir intriso di fumo e alcool, di disperazione spirituale e di quel certo modo di rendere sintetica l’elettronica a condurci per mano nel nuovo mondo del nuovo Francobeat. Con “Mostri” diamo il benvenuto al mondo a Naddei.

“Mostri”. Che detta così sembrano cose cattive… perché chiamarli “Mostri” e non “Maestri” tanto per giocare con le parole?
No dai, ho solo omesso ”sacri” che il sacro poi evoca a sua volta altri tipi di immagini che non mi appartengono. In realtà inizialmente volevo reinterpretare dei brani dove l’autore si metteva totalmente a nudo e dove il suo ruolo di cantautore ed artista fosse completamente sovrapposto a quello di essere umano. Quel genere di storia dove chi scrive si pone in totale sincerità anche là dove è necessario, ai fini della storia, raccontare cose sconvenienti; i proprio mostri interiori, diciamo così. Ho cercato a lungo e devo dire che non ho trovato tantissimo, perlomeno non abbastanza per farne un intero album così come lo immaginavo. Ad esempio mi era piaciuta “Natalia” di Jannacci dove lui porta la sua esperienza di medico e racconta la storia di questa ragazzina alla quale sussurra cose tra l’atroce e il tenero parlando del mondo della sanità corrotta e dell’impotenza che hanno i medici rispetto alla malattia. Non avendo trovato tanto di simile nella discografia dei nostri grandi cantautori, che spesso si sono rifugiati nella poesia, nelle metafore e nei toni non troppo frontali, ho preferito cambiare punto di vista.

Ho iniziato da Tenco che mi ha sempre affascinato per la sua schiettezza e da lì, da “Io sono uno” nello specifico, ho capito che stavo già cercando canzoni che parlassero di me, in cui fossi in grado di riconoscermi.
A quel punto ho semplicemente virato il concetto di mostruosa sincerità che cercavo all’interno delle canzoni da scegliere nel concetto di mostri sacri del nostro cantautorato. Spesso li sento chiamati in ballo dai nuovi cantautori che vanno a pescare riferimenti ed ispirazione come a rivolgersi al proprio padre o madre per trovare un nuovo equilibrio ed una nuova forma a cui ambire per raccontare storie o semplicemente per dare riferimenti chiari al proprio pubblico.
Sono fermamente convinto che la pornografia della sincerità nelle canzoni sia qualcosa di bello, qualcosa che emoziona sia chi canta che chi ascolta ed in questi tempi, dove tutto è solo apparentemente vero, credo che il ruolo di un cantautore autorevole passi anche attraverso la capacità di vedere il mondo senza filtri e senza romanzarlo troppo. Ovviamente non è la sola via. Ci sono ottimi scrittori che inventano storie che non hanno vissuto e che sanno renderle autentiche, e lì si che li dobbiamo chiamarli maestri, ma maestri di scrittura.

Per ora la scelta si è fermata a 5 “mostri”. Ovviamente mi aspetto una lista lunga di pagine ma come sei arrivato a sceglierne soltanto 5?
In realtà sono i primi 5 che abbiamo scelto di far emergere. Ci sono altri 5 “mostri” che arriveranno con calma. Ovviamente nel pescare nel vasto repertorio dei nostri grandi cantautori non potevo certo avere la presunzione di stabilire i 10 migliori brani della storia della canzone italiana. Semplicemente ho scelto i brani dove potessi sentirmi raccontato al 100% o poco meno. Già nella mia vita artistica precedente (francobeat ed i suoi 3 album) ho sempre avuto un po’ il vizio del concept ed alla fine anche Naddei ha inconsciamente percorso la stessa strada. I mostri che ho scelto hanno al loro interno una storia che è anche la mia. Come ho scritto nelle note stampa che accompagnano il disco è come se mi fossi fatto scrivere delle canzoni da amici che mi conoscono bene e che sanno scrivere meglio di me. La ricerca dei brani da scegliere è passata anche dal leggere solamente i testi senza tenere presente la parte musicale e, nel caso di qualche brano, senza nemmeno conoscere l’originale.

Ho un modo molto istintivo di fare musica ed anche il mio modo di suonare l’elettronica è molto fisico ed immediato. Con un sinth, una batteria elettronica ed un microfono provavo a fare una traccia minimale su cui cantare e sperimentavo su me stesso l’effetto che mi faceva cantare certi versi.
Quello che è rimasto è quello che mi ha emozionato di più nel momento stesso in cui stavo cercando di impossessarmene.
Non è un disco tributo, ho solo usato canzoni altrui scritte bene per stabilire un mio sound e per lasciarmi invadere da parole che potessero rimanermi un po’ addosso e farle crescere nel momento in cui avrò il coraggio di affrontare i miei mostri per raccontarli con la massima sincerità a cui ambisco.

Ho l’impressione che in tutte queste rivisitazioni ci sia un filo conduttore unico. Ovvero l’introspezione, l’intimità, questa cassa a volte frenetica e a volte insistente. C’è qualcosa di nevrotico in ogni angolo del lavoro. Non è così?
Un mio amico cantautore (Giacomo Toni con cui spesso ho suonato e di cui ho prodotto artisticamente alcuni lavori) mi ha dato l’interessante definizione di “cantautorave” e, parlando delle mie versioni, mi disse che li avevo “tenchizzati” tutti. In un certo qual modo aveva ragione. La mia natura è un po’ così. Non sono un compagnone, prima di affrontare fisicamente la musica la immagino dentro senza lasciar trasparire che dentro sto costruendo e demolendo continuamente mondi che poi vengono fuori abbastanza di getto al momento giusto.

Le cose che dici sono vere nella misura in cui mi sono appropriato di queste canzoni sovrapponendogli la mia personalità. Confesso che a fine lavoro mi sono reso conto che tutti i brani di “Mostri” sembravano scritti dalla stessa persona e questo credo sia un valore aggiunto per un disco che va a toccare autori così diversi e dalla diversissima personalità narrativa.
L’unica eccezione alla nevrosi di cui parli è il senso ritmico del corpo e del sentimento che ha evocato in me la reinterpretazione di questi brani. Volevo che ci fosse il ballo, la pulsazione del cuore, la tensione del sentirsi nudi che può effettivamente essere una condizione che genera disagio e che inevitabilmente è venuta fuori nei suoni con cui ho vestito le canzoni che ho scelto.
Infine posso dire che, dopo anni di tabagismo sfrenato, ho messo su una voce molto bassa con cui mi è piaciuto giocare. Vestire il ruolo di “crooner elettronico” mi sembrava divertente ed un modo, per me, di sfruttare tutte le sfumature possibili di quel lato profondo della mia voce con cui mi sono sentito in grado di dare quel senso di intimità, come se le parole delle canzoni fossero pensieri miei, quasi delle confessioni, da raccontare ad un amico.

Ci dobbiamo aspettare i prossimi 5?
Eh si, ma come detto, semplicemente altre 5 canzoni che parlano in qualche modo di me. Poi mi dedicherò alle mie canzoni originali.

E questo lavoro quanta ispirazione ti ha dato per le tue prossime nuove scritture?
Sicuramente. Avevo sempre un po’ snobbato il cantautorato italiano e questa full immersion mi è servita molto. Sono molto rispettoso della lingua italiana e di chi la sa usare in maniera lineare e diretta per poter raccontare storie. Credo molto nel valore narrativo all’interno delle canzoni. In fondo brani di grandissimo successo contengono racconti, od anche semplicemente slogan, in cui la gente si è riconosciuta ed anche autori che magari non sono blasonatissimi o definibili come mostri sacri appunto, sono stati in grado di scrivere canzoni con storie meravigliose.
Sono consapevole che il ruolo della musica e delle canzoni è in continuo mutamento e che spesso sia relegata a funzione di mero intrattenimento od addirittura di sottofondo, ma credo che sia ancora importante tenere viva la canzone che ha qualcosa da dire, che sia leggero o pesantissimo ma condiviso e condivisibile con un pubblico che ha voglia e bisogno di ascoltare storie.
È quello che tenterò di fare, e qualsiasi cosa ne verrà fuori sarà la mia sincerità che spero verrà apprezzata così com’è.

Giancarlo Susa