NULARSE: essere “Sospesi”

NULARSE: essere “Sospesi”

Ed è così che restiamo dopo l’ascolto di questo lavoro assai prezioso. “Sospesi” è il nuovo disco di Nularse, il nuovo disco di Alessandro Domin, il nuovo concept che racconta chi siamo e perché, chi dovremmo essere forse, come ci stiamo riducendo. Ed è bellissimo pop industriale, digitale, dalle melodie preziose e semplici, dai testi in italiano che forse non ci saremmo aspettati visto il genere che strizza l’occhio al gusto internazionale, dagli arrangiamenti che lasciano scivolare tutto con grazie durante il racconto di questi 9 inediti. E dentro “È tutto qui” ci troviamo anche il basso famoso, quello di Saturnino e, qui ma anche per tutto il resto del disco, si ha forte quel sapore che risale su dagli anni ’80, da quel certo funky e quel gusto dal colore beige di sale riunioni di industriali a confronto (americani ovviamente), se per tutto il disco torna a salire quella sensazione di boom industriale della nostra Italia. Sembra quasi che tutto sia plastificato con quella cura dei dettagli di chi si cimenta a raccontare il tempo ripescando da sensazioni che un tempo sembravano assai normali. Questo disco porta con se bellissime sensazioni di sospensione e di solitudine costruttiva. Bellissimo il video del singolo “Non cambierà”. Ecco in immagini quel che cercavo di dire: da qui dovremmo ripartire tutti.

“Sospesi”. Un disco che cerca la sospensione, cerca di raccontare chi e cosa galleggia… ma te lo chiedo: chi e cosa galleggia secondo te?
È un disco che parte da un mio bisogno di esprimere un periodo della vita in cui mi sentivo in un limbo, nel mezzo di contrasti emotivi che mi tenevano bloccato. Ma credo che sia un disco che parla a me, alla mia generazione, ma più in generale a tutti, perché tutti ci troviamo prima o poi a galleggiare nel tempo, a sentirci sospesi nel frattempo.

Che poi nel limbo di quando non sapere se andare al largo o tornare a riva, tanto per citarti in qualche modo… non pensi che sia sinonimo di immobilità e quindi in qualche modo di stasi, di morte, di non evoluzione? È questa una chiave per comprendere il tuo disco?
In parte sì, in parte no. Non è detto che l’attesa sia una cosa negativa, anzi. A volte procrastinare la vita ci aiuta a capire di più noi stessi. Per raccontare questo disco uso spesso l’immagine di un oggetto lanciato in aria, fotografato nel punto di massima altezza. Ecco, Sospesi è il fermoimmagine di quel momento. Ma l’oggetto dovrà cadere, dovrà riprendere a vivere. Quindi, se preso in se per se, questo limbo è drammatico, se invece lo si intende come momento fugace ed inesorabilmente breve, allora può diventare anche una cosa malinconicamente positiva. Io nel disco non cerco di dare un’accezione unica: ci sono brani in cui elogio la sospensione, come sinonimo di arricchimento (Tregua, Al sicuro), in altri è vista in modo negativo (Incantato, Non cambierà)

Bellissima “Tregua”. Raggiungere una pace momentanea per riprendere il fiato buono per la battaglia o per riparare le ferite? Anche nella tregua si è sospesi in qualche modo.
Ti ringrazio. Io parlo di una tregua da noi stessi. Lasciarsi andare alla deriva, abbandonarsi in una calda giornata d’agosto e non pensare a nulla, capire che non vale la pena farsi del male, cercare di prendere la vita come viene, essere sospesi da se stessi. “Ci son le occasioni che ho perduto, ma che non ho mai chiesto davvero”: capire che non c’è nessuna battaglia che valga la pena di essere affrontata, nessuna ferita che sia così profonda.

“Stiamo cadendo”. Ed in fondo è quello che vogliamo tutti. Un brano sociale, forse il più sociale del disco. Che ne pensi?
Io pensavo di più ad un rapporto dove è l’altro a decidere per entrambi. Non ho pensato a contenuti con accezione sociale, ma son convinto che essendo un brano volutamente molto vago dal punto di vista lirico, non sia sbagliato intenderlo così. Da parte mia, voleva essere un inno a quell’inesorabilità di cui parlavo prima, di quell’oggetto che DEVE cadere, ed è questo suo destino che dà senso al tutto. Quante volte cadiamo per amore?

L’infanzia poi suggerisce un tornare indietro come un evitare la crescita e quindi il viaggio. Ma è un senso “vigliacco” quello che governa quest’ultimo brano?
Affatto! È un senso nostalgico e contemplativo. L’uso del flauto, suonato male, ritmicamente claudicante, è un tributo alla giovinezza, alla scoperta di cose nuove. Ho deciso di non dare una forma precisa al brano, di farlo entrare in un mare di riverbero, come se dal dormiveglia si passasse infine al sonno. Questo brano che conclude il disco si attacca sia armonicamente che ritmicamente ad Incantato, che invece apre il disco, con la frase “Ho sognato”. È un ciclo.

Che poi anche la protagonista di questo primo video in fondo si rifugia in se stessa. Per chiudere: a Nularse, che usa anche un moniker per parlare alla gente, quanto fa paura questo mondo che abbiamo attorno? A me tantissimo…
Questo disco è terapeutico. È stato il mio modo personale di affrontare il mondo e di pormi in esso. Io fondamentalmente ho più paura di me che del mondo. Il mondo gira e rigira è quello da sempre, è come ti poni tu che può fare la differenza. Ho più paura di deludermi che di deludere. Attenzione, il mio non vuole essere un discorso motivatore e positivo, alla “ Fai cose buone e il mondo sarà buono con te!”. Affatto, quella non è la realtà, non funziona così! Ma è reale che tu debba fare i conti con te stesso, e se tu provi a fare le cose giuste (che cosa vuol dire, non lo so, ognuno decida per sé) almeno potrai dirti di esser stato te stesso. In fin dei conti, cosa c’è di più importante?

Giancarlo Susa