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“All’Italia”: il nuovo disco di Massimo Priviero

Dolce, seducente e decisamente rock nell’anima come sempre anche se questa volta è la maturità dell’artista a vincere sull’irruenza della passione. Massimo Priviero torna con un bellissimo lavoro intitolato “All’Italia”, tendenzialmente acustico fatto di colori tenui e tramonti nostalgici, melodie leggere e tradizionali com’è tradizionale il ricordo e la misura con cui il nostro racconta l’immigrazione di ieri e quella di oggi. Un disco che lascia riflettere e non fa sconti. Un disco prezioso. Noi lo abbiamo tenuto stretto e ce lo facciamo raccontare:

“All’Italia”…all’Italia che reagisce o all’Italia che subisce? Dove stiamo andando secondo te? Rinascita o abbandono?
All’Italia che reagisce naturalmente. All’Italia fatta di minoranze meravigliose che ogni giorno subiscono una maggioranza spesso cialtrona, conformista, ignorante, pure a volte mafiosa in senso lato e che non conosce il senso della parola bene comune. A prescindere da qualunque colore politico ovviamente. Rinasceremo se queste minoranze avranno un giorno più forza e più voce di oggi. Non so se questo accadrà, ma resta il mio desiderio più grande.

Meraviglioso cogliere un parallelo storico e sociale da questo disco. L’emigrazione di chi fuggiva dalla guerra di ieri e quella che oggi insegue un futuro migliore. Ma alla fine ci sono differenze secondo te?
La migrazione è soprattutto un fatto di forza e di coraggio di chi compie questo gesto. A prescindere dalle diverse condizioni di partenza. Non è così automatico sovrapporre quanto accadeva ieri e quanto accade oggi. Per questa ragione ho parlato di italiani tra ieri e oggi, cercando un filo rosso che li unisce e che è molto forte a mio modo di vedere, pur partendo da condizioni di partenza diverse. Un veneto che andava in Argentina cento anni fa è altra cosa di un giovane che oggi va a Londra a lavorare in un ristorante. Ma uno è il padre dell’altro, non so se sono chiaro abbastanza. Ecco, io cercavo soprattutto di dire questo, io volevo soprattutto che il padre e il figlio si riconoscessero e si accarezzassero. Volevo un abbraccio. Un abbraccio tra italiani se vuoi.

Voglio lanciarti una riflessione: la tua musica è sempre stata poco “italiana”. Ma questo disco in particolare ha davvero voglia di emigrare…
La tua carriera ha oltrepassato e vissuto la rivoluzione dei social e la depressione del mercato. Oggi che significato restituisci ancora alla forma disco e al mestiere di cantautore?
Difficile risponderti. Come dicevo prima è spesso un fatto di minoranze. Nel senso che so’ perfettamente che la direzione della musica, la sua fruizione, il mestiere di autore o di cantante o fai tu la definizione hanno valenza ben diversa rispetto a prima. Però ti faccio io questa semplice domanda: Sei sicuro che se la massa conoscesse un poco di più un certo modo di far musica non butterebbe via quello con cui si fa ammorbare ogni giorno? Hai idea di quanto possa valere avere davanti dei giovani che arrivano da te per caso e magari senza aver idea di chi tu sei e poi dividono fino in fondo una strada con te? E poi spengono, anche per questo, il suono inutile che li ammorba ogni giorno? Personalmente ho avuto dischi che han venduto tanto e dischi che han venduto niente. Ti assicuro che fa poca differenza, a parte il mio problema nel pagare un mutuo se vuoi. Sposta anche un solo modo di pensare, accendi anche un solo sorriso in una direzione migliore e la tua vita avrà un senso più importante. Anche per questo, finché avrò forza, continuerò lungo la mia strada. Che è anche la mia vita. Perché fare musica in un certo modo significa anche stare al mondo in un certo modo.

Non smetto facilmente di ascoltare questo disco. E alla fine mi lascia una grande voglia di restare in Italia…lo sai?
Ne sono felice ovviamente. Anch’io come sai sono rimasto pur chiedendomi tante volte se era la cosa giusta da fare. In alto un calice. Forse anche il vino che possiamo bere è una buona ragione per essere ancora qui.