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Eugenio Balzani: un disco antico e moderno come i ricordi

Belle sensazioni di un tempo che si ferma un poco e quasi non vuol ripartire. E il suono della sua Recover Band ha fatto davvero un lavoro pregiato nel tessere trame armoniche e di timbrica davvero degne di una scuola che ormai spesso scimmiottiamo. E lui, Eugenio Balzani, di certo paga pegno con questa voce che deve molto ai fasti della scena d’autore del nuovo millennio, troppi i rimandi e le conclusioni affrettate che questi impongono. E di certo lui non fa niente per dirsi contrario ma è anche un uomo e un artista che dimostra distacco dalle futilità di questo tempo. Come a dire: pensate quel che volete, questa è la mia musica. “ItaliòPolis” è il suo nuovo disco, immortalato dalla copertina dentro cui campeggia uno storico Wurlitzer che in qualche modo segna a fuoco non solo alcune soluzioni di arrangiamento (si pensi all’intro de “L’Albero della vita”), ma determina forse anche un mood totale e generalizzato dentro tutto l’ascolto: il classico, il vintage, qualcosa che ancora deve ripulirsi dalla polvere di una soffitta. E Balzani poi canta le sue liriche con questa voce che molto si appoggia e poco grida e pretende. Il pop qui non è di casa anche perché la Recover Band sa come tenersi a debita distanza intessendo più ritmi latini o shuffle dal sapore fumoso di jazz che le quadrate forme digitali del pop.
“ItaliòPolis” parla di vita e la critica anche, critica la sua velocità (e lo dimostra anche nelle dinamiche del suono), ne critica la superficialità del tutto e subito. La globalizzazione e tutto quel che ne consegue fa da cornice anche agli affetti personali, alle personali tragedie, alle morti che poi arrivano dal mare e investono tutti, ma proprio tutti…

E così “Samurai” apre i giochi con un brano goliardico di circensi maniere e questo dichiararsi a favore di una dimensione umana. Bello come la voce di Balzani e la chitarra (tutto decisamente italiano) si spalleggia il dialogo con una tromba (argentina nei colori) nei ricami di strofa di “Clara l.r.p.d.”, brano che il nostro dedica alla madre… scrittura che poi vira decisamente nelle direzioni più de gregoriane possibili (altro nome che torna spesso). Ecco la “Telespazzatura come bibbia culturale”, ecco le frecce velenose alla società che arrivano subito dentro “Il luna Park dei Pazzi”, sempre portando in tasca colori di argentina e caldi latini (i fiati in questo disco la dicono lunga e contribuiscono alla non italianità del tutto) nonostante l’inciso che torna dentro la tradizione romana e qui, forse per la prima volta, mi accorgo come nelle chiuse della sua voce Balzani deve molto alle espressività di Daniele Silvestri (altro nome che torna). E questo sapore di casa nostra si fa sentire ma con alto gusto quando il disco vira dentro soluzioni acustiche e dolcemente ricamate come accade in più momenti della tracklist.

E qui il primo di questi arriva in “Io mi ricordo (ItaliòPolis)”, brano che mette in scena un altro degli ingredienti portanti della narrazione: la nostalgia. Scendiamo nella tracklist lasciandoci canzoni che a queste strutture non tolgono e non aggiungono niente, canzoni sempre ricche di particolari per i palati fini (belle ricerche di accordi meno scontati a chiudere e risolvere)… però mi fermo dicendo che mi piace assai l’energia pulita e solare per due brani che di solare hanno davvero poco. Il dramma di una morte improvvisa dentro “L’Amore sovversivo” (si, forse questo è il brano più de gregoriano di tutti anche per le immagini che mette in scena e per il modo che ha di pensarle… forse è questo il brano più alto del disco), e poi la morte che arriva dal mare dei profughi in “Sulle strade del Jazz” che forse in altro ambito avrebbe potuto richiamare incastri alla Paolo Conte.

Ecco “L’Undicesimo Canto (Fiore)”, adornato da una lunga coda strumentale che diviene anche la firma sonora e spazio celebrativo per la Recover Band di Bazzani: distopia e noir insieme, questo drumming moderno (stranamente moderni i suoni di cassa), questi fiati che dall’Italia prendono assai poco, questo dialogo scomposto come fosse un tacito accordo preso dal vivo. Il disco si chiude con un altro momento acustico, in inglese questa volta, scelta che poco convince anche perché sinceramente non me lo sarei atteso questo cambio di lingua e poi perché poco convince la sua pronuncia. Tuttavia torna a dimostrare come questa sia una dimensione alta e funzionale per Eugenio Balzani che con “Happy Birthday Jesus” restituisce il suo personali inno alla verità della vita.

Ecco una parola importante per “ItaliòPolis”: verità. Disco pulito, disco libero, disco di bella canzone d’autore che non cerca chissà quale trasgressione ma si affida alla verità e alla semplicità. Parole, suoni, incastri che non hanno bisogno di scuse e poi i significati che ambiscono anche ad un peso poetico per niente da sottovalutare. A noi ora la palla: e noi di scuse per non ascoltare ne abbiamo molte, abituati come siamo a girare in tondo, a velocità supersoniche, globalizzati e omologati da questo gigantesco Luna Park dei Pazzi.

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