Krishna Biswas: soltanto una chitarra acustica

Krishna Biswas: soltanto una chitarra acustica

Avevamo intercettato Krishna Biswas tempo fa che con un disco come “Panir” aveva segnato un lungo confine per dividere la semplicità espressiva della musica pop commerciale con la ricercata qualità culturale di un’espressione artigianale composta ed eseguita per sola chitarra acustica. Ci segnalano e ascoltiamo il suo nuovo disco disponibile anche in una prestigiosa versione in vinile 33 giri… ed è sempre la RadiciMusic a darne voce pubblica. Si intitola “Radha” questo nuovo disco tutto concentrato a raffigurare, nel gioco di dinamiche e di sospensioni intime, il concetto legato alle figure della cultura indiana che sono Radha e Krishna, l’intimo personale l’una e l’universalità dell’esistere l’altro… e chiedo subito scusa a tutti di questa violenta sintesi. “Radha” contiene 15 brani di cui solo 10 sono riportati sul disco in vinile. E sono composizioni che non prevedono forma canonica, non narrano attraverso le strutture ma solo grazie al linguaggio musicale che diviene quindi fonte di visione e sensazione. I suoni di chitarra acustica, unica vera protagonista, sono cesellati in modo artigiano con grande attenzione e si celebrano in dialoghi che sono delle volte solitari e altre volte concatenati in moduli di maggiore dinamica e contenuto. Dunque ci si trova di fronte ad un disco che richiede molta consapevolezza e un alto livello di attenzione e dedizione culturale per poterlo codificare come merita. E qui possono fermarsi tutti coloro che come me hanno vuoti enormi in merito a tecniche chitarristiche… particolari che si aggiungono al fascino e che sapranno come sfamare anche i professionisti del settore ai quali va il lusso di avere anche questo tassello come ulteriore fonte di espressione artistica da poter valutare. Ma in fondo “Radha” non chiede una celebrazione estetica. “Radha” è fascino del Krishan Biswas è lontano anni luce dalle mode che sfornano spesso cloni su cloni per poter fare affidamento su strutture spesso banali ampiamente riconosciute dal mercato e dal pubblico di qualsiasi taglio. Probabilmente in questo disco si trova una manifestazione alta del comporre musica.

Bentornato in scena Krishna. Ti ritroviamo fresco di una pubblicazione che oserei definire meditativa. Cosa significa “Radha”?
Salve, bentrovati; è appena stato pubblicato il mio ultimo disco, Radha, in formato vinile, Cd e digitale da Radicimusic Records. Sono molto felice di questo lavoro che mi ha impegnato dalla sua genesi sin dal gennaio 2016. Radha è un titolo che racconta bene la natura del disco; è il nome della compagna della divinità indiana Krishna, nello scenario epico di quel paese. Nello specifico rappresenta l’anima singola la cui unione con quella universale, Krishna, porta ad una sorta di comunione.

L’intimo e l’universale. La dimensione dell’uomo e quella dell’uomo tra gli uomini. Una mia interpretazione certamente… ma secondo te, domanda un po’ sociale, siamo ormai privati della nostra individualità? Te lo chiedo perché trovo che questo disco sia una ricerca di individualità, per il suono e per la scrittura soprattutto…
La tua interpretazione mi trova d’accordo; è difficile avere contatto e fiducia nel prossimo. Noto che nelle società più competitive ed avanzate tecnologicamente la lontananza tra le persone è sempre più accentuata rispetto a quella presente in luoghi in cui c’è più contatto con la natura ed un assetto più semplice. A cosa questo porterà nessuno può saperlo, certo è che in effetti non sembra creare benessere interiore.

Non sono capace di commentare su tecniche e diteggiature. Trovo però sfacciata la ricerca che queste composizioni mettono in scena. Poche cose, sottrazione del superfluo… come fossero pennellate…
Capisco che un lavoro interamente strumentale di chitarra acustica con un linguaggio “alternativo” possa suggerire ad un ascoltatore attento, ma non chitarrista, degli spunti di curiosità difficili da verbalizzare.
Posso cercare di aiutare nell’interpretazione del linguaggio dicendo che ho lavorato su una ricerca più polifonica, attento al movimento delle voci degli accordi e delle linee melodiche costruite al loro interno per sfruttare delle sonorità più verticali rispetto ai lavori precedenti. Questo mi ha permesso di lavorare di cesello e rarefazione.

Nel disco è presente anche un tuo vecchio brano “Helsinki” che hai riproposto in questa sede con la maturità e la consapevolezza acquisita in questi anni. Perché questa scelta?
Bella domanda; rispondo che anche nel lavoro precedente, “Panìr”, è presente un brano, Peyote, che in effetti è datato 2008 – come Helsinki tratto da Sfacelo azzurro, pubblicato in digitale per Radicimusic Records – . Questi inserimenti, nonostante rompano l’equilibrio dei due dischi, vogliono in qualche modo celebrare la fedeltà degli ascoltatori che mi seguono da tempo regalando la possibilità di fruire di questi brani incisi dopo anni di esercizio quotidiano ed esecuzioni dal vivo.

E concettualmente parlando, era un brano che sposava a pieno il racconto di “Radha”?
Non lo sposa, è vero; mi piaceva l’idea che fosse un presente un brano di movimento, con molte note, serrato e tecnicamente impegnativo, faticoso, che alleggerisse l’ascolto di un disco lento e denso. Non dimentichiamo che è un brano assente nel formato del vinile, che contiene dieci delle quindici tracce contenute nella versione in CD. Una sorta di regalo agli ascoltatori più fedeli nonché a me stesso, occasione per misurarmi con il tempo che passa.

Esiste un punto finale in cui la chitarra deve fermarmi, in cui lo strumento incontro il suo limite alla narrazione?
Forse esiste questo punto, questo orizzonte, nei limiti di ciascun individuo; credo sia una cosa personale. Ascolto molti strumentisti solisti ed anche musica con diversi tipi di assetto e insiemi; ho sentito pareri che affermano che la miglior musica sia quella di insieme, altri al contrario quella solista e mille altre opinioni. Non saprei al momento dire qualcosa in cui ci sono persone molto più avanti di me nel controllo del linguaggio.

Meravigliosa la versione in vinile… e come sempre le grafiche sono curate con dedizione. CI racconti questa immagine di copertina?
Grazie, è una bella confezione. La copertina e l’artwork sono opera dell’artista fiorentino frenopersciacalli, che firma così una trilogia di dischi in cui abbiamo collaborato, io alla musica, lui alle immagini.
L’opera è la prima che ho visto della sua bellissima produzione; l’ho acquistata ed è collocata nel salotto del mio appartamento. L’orientamento originale è verticale, mentre per assecondare il formato del vinile è stato cambiato in orizzontale. Sono felice che questa ” prima opera ” sia la copertina del vinile.

Giancarlo Susa