La letteratura americana di Edoardo Pasteur: “Dangerous Man”

Beat Generation e letteratura contemporanea (quasi insomma). Dai miti dell’antica Grecia a qualcosa che sfocia appena in Italia. Ma appena, che sia chiaro. Edoardo Pasteur che nel suo curriculum vitae, ha soltanto tantissimo sport a livello agonistico, oggi traduce la sua fantasia e la sua emozione in un disco d’esordio di sue scritture personali. Si intitola “Dangerous Man” e attinge consapevolmente in questa grande letteratura che poi alla fine, in musica, significa Leonard Cohen come Dylan e poco altro che si distingua per unicità. Due pilastri portanti ma non uniche colonne del mondo, tanto per essere chiari. Un ascolto semplice ed anacronistico, che un poco prende le pieghe di quelli famosi e un po’ si trova a gestire in autonomia una forte dose di personalità. Un disco che sembra che sia… un disco che alla fine sembra soltanto quel che vorrebbe diventare. Ancora molto da limare ma come sempre non ci lasciano scappare l’opportunità di conoscere più nel dettaglio chi vive e muove la nuova scena della musica italiana.

Letteratura americana fatta canzone. Se ti dicessi Walt Whitman che cosa mi risponderesti?
Ti risponderei poco Walt Whitman e tanto Cormac McCarthy, tanto Kerouac, tanto Salinger, tanto Tolkien, tanto T.E Lawrence, un po’ di mitologia greca e perfino un piccolo omaggio a Erri De Luca. Come vedi sono partito dalla letteratura americana, planando piano piano su quella inglese, per arrivare infine a un italiano dei nostri giorni. Credo che la mia vena creativa si abbeveri alle sensazioni bellissime che si ricavano da queste pagine. Ed è bello pensare che ognuno di noi trova spunti diversi e personali dagli stessi racconti, quello che ha toccato la mia anima magari ha lasciato indifferenti altri, e viceversa. Affascinante…

Ma anche tanto cinema d’autore…rigorosamente americano. Come mai il cinema?
Il cinema è letteratura che prende forma… Come non rimanere affascinati dalla gang di guerrieri della notte di The Warriors di Walter Hill, che mi ha ispirato Hey Hey You, oppure da Big Fish di Tim Burton, storia fantastica che ha dato il titolo al mio pezzo omonimo… Ho un sogno: che nella prossima vita facciano un remake di quei film, e ci caccino dentro i miei pezzi! Li concedo gratis, avvisateli…

Ma soprattutto in generale: come mai dalla vita di un genovese vien fuori così prepotente l’ispirazione americana?
Mah… buona domanda. Potrei risponderti dicendoti qualcosa di sensato, che l’ispirazione viene come viene, e non le si può comandare. Se invece vado a investigare il perché iniziale… devo dirti che sono un appassionato lettore e ascoltatore di letteratura e musica americana, due cose che si intersecano nella mia formazione culturale. Credo di avere una fervente immaginazione, e ho tratto forte ispirazione da tutta questa roba, ovviamente assieme al mio vissuto… Forse è anche un modo per fuggire dalla nostra realtà quotidiana, il grande mito americano arriva nei carrugi genovesi per far volare la nostra fantasia…

Dall’Italia invece cos’hai rubato?
Di primo acchito mi verrebbe di dire un bel no, nulla, accompagnato da un bello scuotimento di testa… Ma la realtà è ovviamente diversa. Ho viaggiato abbastanza, ma sono nato in Italia, sono italiano fino alle mie radici e anche se voglio fare l’americano, come Alberto Sordi, rimango italiano. Come si esprime questo? Non ha da esprimersi, lo inspiriamo, lo espiriamo, lo traspiriamo, anche senza accorgercene! E ovviamente non dimentico il patrimonio culturale in cui viviamo, la nostra storia, che credo a volte non apprezziamo appieno, dimenticando di esprimere la nostra gratitudine verso qualcosa che diamo per scontato…, il bello della nostra terra. Come non pensare che tutto questo non ci dia ispirazione?…

Hai provato a tradurre tutto questo in italiano?
Giammai! Ahimè la mia musica è venuta così, in inglese, e questo mi ha complicato la vita non poco. Io racconto storie, belle o brutte che siano sono le mie storie, le mie sensazioni, quello che ho dentro, ed è venuto fuori così. Mi ha complicato la vita perchè il fatto di cantarle in inglese mi preclude la comprensione da parte di tanti ascoltatori italiani. Spero che l’ascolto sia comunque piacevole di per sé, che sia bella musica, ma devo riconoscere che il perdere per strada la comprensione dei contenuti letterari dei miei pezzi mi spiace non poco. Credo però che farei loro violenza, se tentassi di tradurli. Tuttavia, ho scritto anche qualche pezzo in italiano, al di fuori del mio progetto principale. Ad esempio un pezzo che mi sta molto a cuore, Fiore di Campo, dedicato a Margherita, una ragazza che ha perso la vita in montagna lo scorso anno. E I tramonti di Genova, che inciderò a breve. Questo mi farà rientrare dalla porta di servizio, ma spero non da intruso, nella scuola genovese…

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