M.A.C.: dietro le quinte dell’ipocrisia

M.A.C.: dietro le quinte dell’ipocrisia

Questo disco spezza in due il fiato. E non di bellezza, che dell’estetica direi che quasi ne se infischia. Lo spezza per la cruda forza con cui ci ficca fin dentro le ossa la verità facendosi scudo e filtro e barriera insuperabile contro il sufficiente materialismo di questo lungo viaggio a cui stiamo riducendo la nostra vita. Lui è M.A.C. ovvero Mario Alessandro Camellini che propone un esordio di stile poetico, quasi un reading che un poco si piega alle metriche e a barlumi di melodie. Sotto il piglio produttivo quasi punk di Luca Spaggiari che ha dato vita alle musica, M.A.C. declama e quasi canta testi imperanti di verità e di profondità spirituale. Si intitola “Un pianeta su nove” e aveva lasciato sgomenti e in silenzio il lancio di “Livore”, come primo singolo di cui vi mostriamo il video a seguire.

Oggi è la volta di “Alchimia” come secondo estratto che, dopo la dura lezione in toni lugubri del primo estratto, direi che questo secondo atto del disco è zucchero ed è miele. M.A.C. dipana la vita e il suo incedere in esso scarnificandola di estetiche di consumismo, sia materialistico che filosofico. Niente demagogia. Niente ipocrisia. Come detto nel titolo: siamo dietro le quinte di questa ipocrisia che vive e vegeta ormai fin dentro le nostre abitudini. Di sicuro non è un ascolto facile, non è un ascolto radiofonico e non è un ascolto che merita sufficienza. Vietato fermarsi alle apparenze. Ascoltate. Per una volta la musica non trattiamola come bene di consumo. Per una volta restituiamole la forza di lasciarci un messaggio. Per una volta… smettiamola di fare i leoni da tastiera capaci solo di scrivere stupidi commenti privi di intelligenza. Per una volta almeno…

Ci incuriosisce questo titolo. Cosa davvero nasconde questa immagine?
Quando si è bambini si viene considerati degli angeli senza alcuna colpa, ignari dei pericoli, inviolabili, protetti dalla morale. Con l’età che avanza il bimbo diventa adulto e acquisendo la ragione perde l’innocenza. A causa del passare del tempo perdiamo alcuni lussi legati a certi luoghi comuni che  identificano i bambini come esseri onesti, candidi, disinteressati, liberi. Con l’acquisizione della ragione perdiamo l’innocenza. Perché la ragione ci consente di scegliere, di agire, di decidere. La ragione  porta l’uomo a vivere flussi che lo rendono sensibile ad intemperie che nell’età dell’innocenza ne è distante anni luce. Mi riferisco a movimenti e dinamiche che coinvolgono il denaro, il sesso, il potere, la fama ma anche l’amore, la famiglia, l’amicizia, l’essere ed il sentirsi utili. Tutto ciò  si consuma solo in un pianeta su nove.

Canzoni. Difficilmente potremmo chiamarle in questo modo. Tu che termine useresti proprio per celebrarne la loro forma estetica ed espressiva?
Sentirsi utile perché si è utile alla vita degli altri. Cercare gratificazioni attraverso l’aiuto per chi è più debole. Ha una logica? Se seguiamo la logica dettata dal fanatismo borghese senza il propagarsi  della sofferenza altrui non potrebbe esistere il desiderio di animare un brivido, il brivido di sentirsi ed essere ritenuti utili. Senza il male, la malattia, la povertà non esisterebbe la carità, la pietà, la solidarietà. Con questa premessa voglio assumere una posizione chiara e netta; Se la musica fruibile dal punto di vista dell’ampiezza dell’utenza fosse diversa da quello che viene “consumato” non mi fareste questa domanda. Le mie sono canzoni, canzoni sincere. Perché purtroppo oggi la musica non viene ascoltata, viene consumata. La musica è diventata un bene di consumo. Non è più arte ahimè!

C’è tanto pessimismo dietro questo lavoro o sbaglio? Userei più la parola rassegnazione… che mi dici?
Senza il male, che non smetterà mai di tormentare l’esistenza umana, non può esistere il bene. Senza ingiustizie non esisterebbe la giustizia perché quest’ultima non troverebbe terreno fertile dove nascere. Anche la felicità, senza il dolore dell’animo, le disfatte interiori, la pace tanto cercata ma mai trovata non busserebbe alle nostre porte. Io non credo nell’esistenza della felicità. Non so se sia soltanto un’utopia, o un’illusione macabra, o una follia. Ma mi chiedo come sia  possibile essere felici in un mondo dove una risata conta più di un pianto, dove il caso decide se farti morire di fame o farti vivere sulle spalle della fortuna. “Non è difficile credere in un’altra vita, è difficile credere in una vita migliore” come dico in una canzone. Tutto è vano! Tutto è vano perché non può essere bella una vita dove nello stesso istante in Siria un bambino piange per avere perso la madre, le gambe, il padre e nel hinterland milanese in un bel appartamento arredato con gusto kitsch, un padre di famiglia si lamenta del graffio che ha subito la sua splendida berlina che ha appena ritirato dal concessionario. Ecco, le mie canzoni nascono da queste scomode consapevolezze.

M.A.C. Usare la sigla del tuo nome è funzionale al giusto o dietro nasconde altro messaggio?
Mi chiamo Mario Alessandro Camellini, prolissa come identità artistica. L’idea è stata di Luca Spaggiari, il mio produttore. Un’idea che definirei “istintiva”. Nessuno slancio umanitario o provocatorio. Istinto.

Giancarlo Susa

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