Marco Cantini: canzone su Elsa Morante

Si intitola “L’Orrore” ed è il nuovissimo lavoro del cantautore toscano Marco Cantini. La sua letteratura l’ha seguo da quando l’ufficio di promozione ha lavorato sul suo passato disco pubblicato sempre da Radici Records e prodotto da Gianfilippo Boni: “Siamo noi quelli che aspettavamo”. Un lavoro dedito all’arte e alla vita di Andrea Pazienza raccogliendo a se volti, nomi e testimonianze sul fumettista pugliese. Una canzone che si impegna ad essere e ritrova l’essenza nella celebrazione della parola. Una produzione peraltro magistrale che noi vi riproponiamo con il video di lancio del singolo “Pazienza”…giusto per capire bene di cosa parliamo.

Oggi invece la sua letteratura musicale, a quanto pare, punta Elsa Morante e in questo primo singolo che presenta al suo pubblico ci racconta del romanzo “La Storia” ed in particolare di un primo istante di questa lunga biografia di Ida Ramundo, personaggio semplice, vittima del suo stesso amore in una certa misura. Marco Cantini rappresenta il momento dello stupro, della violenza, del concepimento di Useppe e di quell’abbandono da parte del giovane soldato con un brano che intitola “L’Orrore” e in cui intervengono Francesco Moneti (Modena City Ramblers) e la bellissima Valentina Reggio. Come al solito la musica di Cantini richiede e pretende attenzione, immersione, coinvolgimento. Noi ci siamo e ci saremo. Godetevi questo nuovo video. A seguire l’intervista:

Credo sia meraviglioso il lavoro che hai fatto. Non penso di ricordarne di simili a dir la verità. Puoi aiutarmi? Ci sono cantautori che hanno cantato il loro modo di vivere un romanzo?
Va detto che nei secoli passati – a partire dal diciassettesimo secolo, penso a Claudio Monteverdi – la musica ha sempre sfruttato le potenzialità espressive della letteratura, due arti dizigote che spesso si sono mischiate tra loro. Gli stessi cantacronache degli anni cinquanta attingevano a piene mani dal repertorio di Brecht. Se poi penso ai miei riferimenti, tutti i cantautori che amo sono stati ispirati dalla letteratura: per esempio l’influenza di “America” di Kafka o “Sulla strada” di Kerouac su Francesco De Gregori, il teatro-canzone di Gaber e Luporini che si rifaceva anche ai modelli di scrittori quali Sartre o Borges, naturalmente Fabrizio De Andrè con gli album “La buona novella” e “Non al denaro né all’amore né al cielo” (nondimeno quest’ultimo è notoriamente tratto da una raccolta di poesie). Senza dimenticare Guccini, Lolli, Vecchioni, e potrei citarne tantissimi altri. Il mio progetto in cantiere è in effetti un’opera fatta di canzoni liberamente tratte da un medesimo romanzo (“La Storia”), che mi piace considerare come un paratesto atto a sottolineare la mia interpretazione del libro stesso. Non sono a conoscenza di esempi simili ma non escludo ci possano essere.

Questa canzone secondo te che scopo ha: quello di completare la tua lettura al romanzo o quella di dare un altro punto di vista dell’opera?
Nessuna delle due. “L’orrore” è un brano che cristallizza un momento fondamentale del romanzo, un episodio paradigmatico di violenza – dal quale scaturiranno altri tragici eventi – che ha in sé alcuni temi sociali che sento particolarmente: la sopraffazione, l’abuso di potere, le ingiustizie perpetrate verso i più deboli. Rappresenta un fatto che innegabilmente ben si presta ad essere sintetizzato in una canzone, e servirà soprattutto al disco per dare un contributo importante al senso dell’intero lavoro. Infine – a mio parere – ricade nelle pagine più belle dell’intero libro: dove magnificamente l’autrice traccia l’eterno confronto tra la vita e la storia. Quella vita non strumentalizzata ed esaltata, come disse Pasolini, e quindi così splendidamente incompatibile con la storia stessa.

Hai ripreso qualche parte testuale del libro?
Ci sono delle piccole parti – talvolta riadattate e mutate per fisiologiche esigenze di metrica – che per la loro forza espressiva sono state mantenute.

Pensi di aver snaturato un poco l’opera della Morante? Pensi invece di essertene distaccato quanto basta o di averci camminato dentro?
Le vicende narrate, seppur sotto forma di canzone, sono rimaste fedeli al romanzo; così come il rapporto tra gli individui sconfitti – cioè quelli che la storia la subiscono – e quella Storia rigorosamente con la «S» maiuscola che racconta le guerre, i cambiamenti culturali frutto dei cambiamenti economici, e tutti gli svariati modelli di sviluppo che influenzano le vite di ognuno.

In ultimo dicci di te: cos’è stato per te questo romanzo?
L’ho sempre ritenuto un testo capace di molteplici spunti di riflessione. Credo che l’importanza di mantenere un rapporto vigile con la storia significhi soprattutto mantenere intatta la propria identità – e questo vale in ogni epoca – per riconoscersi come persone che rifiutano un’esistenza parassitaria; respingendo ogni realtà che induca ad essere vissuti e a comportarci pedissequamente, per diventare al contrario individui che vivono e decidono le proprie scelte, qualunque esse siano: penso alla coazione a ripetere che ci fa ripercorrere strade già fatte perché a noi note, a tutti i condizionamenti culturali che nascono dal vivere comune. È quella stessa cultura determinata dalla storia che con essa da sempre si muove.

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