Marco Rò: un disco che non vuole confini

Quando dietro un disco non ci sono confini, quando invece ci troviamo dentro un passaggio di vita consumata ad inseguire un progetto che ha davvero tanto da raccontare. Davvero tanto, impossibile racchiuderlo dentro un solo articolo. La vita privata si intreccia con quella professionale nella splendida collaborazione che unisce a se il giornalismo di Laura Tangherlini e la canzone d’autore di Marco Rò. Il suo ultimo album si intitola “A un passo da qui” pubblicato da Romabbella Records e contiene 10 inediti di bellissimo pop internazionale coccolato dalla scrittura di un cantautore italiano. Dai suoni che spaziano a cercare l’altrove alle tematiche quotidiane di attualità e amore. Un reportage giornalistico che ha dato il titolo a questo disco, un viaggio umano e spirituale in terra siriana e un lungometraggio che ne testimonia la genesi e l’epilogo. Due ragazzi, un solo percorso e la bella canzone italiana di oggi.

Dall’Inghilterra alla Russia passando per la Siria. Che viaggio è stato?
Un viaggio emozionante, nei luoghi e attraverso le persone. Tante storie diverse ma un unico racconto, a volte con un sorriso così stampato sulle labbra, a volte con le lacrime agli occhi. Un percorso che mi lascia dentro tanta vita da ricordare e tanta voglia di non fermarsi proprio ora.

Ma soprattutto perché? Come si uniscono luoghi e culture sotto lo stesso viaggio?
Con l’unico linguaggio capace di varcare ogni confine, non solo geografico: la musica. Era lì, nelle note di Jack e Gabriëlle ad Abbey Road, con i quali ho condiviso la grande emozione di registrare le mie canzoni. Era lì, nei ragazzi di Mosca che ballavano sotto il palco, o nelle parole di Daniel che mi diceva: “non ho capito nulla di quello che hai detto ma in qualche modo ho sentito l’emozione”. Era negli occhi dei bambini di Ryanli al confine siriano, che cantavano “Dune” assieme a me e Laura. A pensarci bene, credo che questo non sia solo il “come”, ma sia anche e soprattutto il “perché”.

E ci verrebbe anche da chiederti: come si passa da brani come “La lista” a brani come “Sul paradosso”?
Entrambi parlano del mio rapporto di amore e odio con la frenesia del quotidiano e dell’importanza del non lasciarsi sfuggire le cose importanti. Certe volte, addirittura, potremmo arrivare a pensare che il naturale svolgersi della nostra vita assomigli ad una irrazionale pantomima, della quale facciamo fatica a trovare un senso. Ma in fondo, non diciamo sempre che il bello del viaggio non è la meta in sé? E’ un tema che tratto anche ne “La scala mobile”.

Una hit come “Mosca mon amour” è nata seguendo un preciso progetto?
È nata in una delle tante serate dopo-concerto mentre ero in Russia, giocando sulla leggenda metropolitana che da quelle parti si ascolti solo un certo tipo di musica italiana. Ci abbiamo scherzato su, e ne è venuta fuori una canzone divertente e disincantata, che allude anche a come spesso si cerchi la felicità altrove, quando potrebbe trovarsi solo “A un passo da qui”.

Ascoltando questo disco che celebra l’amore non scontato, non banale, non solo quello di un uomo e una donna… sarà merito di questo mondo la nascita di questo disco?
È come in un diario di viaggio: racconti quello che ti succede, senza porti il problema che possa davvero interessare a qualcuno, ma perché facendolo catturi un momento importante della tua vita. E l’esperienza mi ha aiutato a capire che non esistono momenti di vita che non siano importanti. Per quanto riguarda questo mondo, credo che tutto sommato, sia molto meglio di come spesso ce lo raccontiamo.

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