Riccardo Maffoni: ci mette la “Faccia”

Un titolo spiritoso che gioca con il titolo del nuovo disco di Riccardo Maffoni che per è proprio “Faccia”. Spiritoso si ma in qualche modo assolutamente calzante con lo spirito letterario di queste nuove canzoni che arrivano dopo 10 anni di latitanza dalle scene – almeno per quanto riguarda una produzione di inediti in studio. “Faccia” come al solito non tradisce le aspettative per chi conosce il cantautore bresciano e quindi sa benissimo di doversi aspettare quel pop rock italiano che strizza molto l’occhio ai grandi classici, dai nostri Ligabue e Piero Pelù ai più internazionali suoni di Springsteen. Ma sono le liriche di questo disco a designare maturità e vissuto, una maggiore consapevolezza di se e di quell’equilibrio che si respira ovunque all’interno di questi 14 brani che vivono di luce propria. Di certo non è la melodia scontata il vero nucleo portante ma apprezziamo molto la direzione artistica di soluzioni mai presuntuose e sempre ricche di mestiere. Sottolineiamo anche noi quanto sia intervenuta forse in modo più importante l’elettronica a discapito di un piglio decisamente più roots. Ma, personalmente, è proprio l’aria classica di cantautorato che ci regala in brani come “Le ragazze sono andate” o “Sotto la luna” a decretare il successo stilistico di questo disco che invece in momenti come “Cambiare” sforna troppe estetiche già sentite. Su tutto direi che dovrebbe staccarsi maggiormente da quel cantato che ha reso celebre il Vasco nazionale. Ci sono forse troppi momenti nel disco in cui Maffoni pare voglia imitarlo. Pare. E quel che pare forse lascia il tempo che trova. L’intervista per gli amici di Blog Music:

In genere puntiamo molto il dito alla spiritualità delle cose. Innanzitutto come mai un’attesa così lunga prima di tornare con canzoni nuove?
Ho passato molto tempo a suonare dal vivo in questi anni, Italia, ma anche Stati Uniti, Svezia. Concerti acustici, con band, one man band, ho vissuto il palco e la strada. Ho concentrato le mie forze sull’aspetto del concerto, pur continuando a scrivere, ma senza pubblicare un album di inediti dal 2008. Nel 2011 ho pubblicato un EP di cover in inglese, dal titolo 1977, ed ho anche collaborato con altri artisti. Ho dovuto mettere a fuoco questo lungo cammino, questa mia passione, guardare indietro nel tempo, in avanti, e soprattutto dentro me stesso. Forse è stata una lunga attesa, ma credo che per ogni cosa ci voglia il giusto tempo. L’arte non ha regole, ha solo bisogno del momento giusto.

Scegli un periodo assai difficile per la canzone d’autore. Il tuo punto di vista? Se ti guardi in giro cosa vedi?
Se mi guardo intorno vedo che la situazione rispetto a 10, 20 anni fa è cambiata moltissimo, come è giusto che sia. Ci sono nuovi generi, nuove mode. I ragazzi si approcciano alla musica facendo rime e rap sopra una base, noi partivamo da una chitarra, un basso e una batteria. La figura del cantautore è qualcosa che per certi versi è diventato un genere. Oggi c’è molta attenzione sul cantante, sull’interprete, vuoi anche per i vari talent che spingono in questa direzione. Io credo che il motore sia sempre e solo la canzone.
Senza canzoni non c’è niente.

La tua scrittura non cerca chissà quale soluzione lontana dal quotidiano. I testi di questo disco sono assai diretti e mai troppo scontati. Ti sei mantenuto volutamente su questa linea di confine oppure è stato una manovra che hai dovuto sopportare per una maggiore fruibilità del progetto, visti i tempi che corrono?
Quando scrivo non penso a come scrivere, a chi, a dove voglio arrivare, scrivo e basta, in modo molto naturale, come quando cammino, come quando parlo con un amico. La mia scrittura riflette la persona che sono, mi piace cercare la straordinarietà nelle piccole cose, nelle situazioni semplici di tutti i giorni. Le piccole cose, ecco, spesso da lì nascono le canzoni, da un dettaglio che riesci a cogliere, da un momento della giornata che ti cambia dentro, da una situazione che ti smuove, nel bene o nel male. Non ho un metodo, lascio che tutto avvenga.

Quante facce ha la tua musica? In questo disco ce ne sono tante…
In questo album ho voluto mostrare molti lati della mia personalità. Per questo ci sono brani molto diversi tra di loro, sia per quanto riguarda i testi, le tematiche, ma anche musicalmente. Non so quante sono queste facce, so che mi piace cercare e sperimentare, e per questo album ho lavorato molto in questa direzione, soprattutto in fase di registrazione insieme al produttore Michele Coratella.
Cercare, provare, azzardare, rimando comunque se stessi. E’ il bello della musica, non si smette mai di imparare!

Ma un cantautore cambia faccia oppure cambia la faccia del pubblico secondo te?
Nel corso degli anni molti musicisti hanno cambiato faccia, ma credo che alla fine l’artista può permettersi di cambiare totalmente senza snaturarsi, e credo che sia importante cercare nuovi stimoli, nuove forme di ispirazione, e di conseguenza questo avviene anche con il pubblico. Le gente ha sempre bisogno di qualcosa di nuovo, nuove sonorità, nuove voci. E’ un grande cerchio nel quale ci si rincorre. Personalmente tutto parte da quello che sento, da quello che vivo, le mie facce partono da dentro, e poi con le mie canzoni arrivano al pubblico, e il pubblico va sempre rispettato, sa quando qualcosa non è vero. La sincerità per me è una componente molto importante. Cambiare faccia, ma farlo col cuore.

“Faccia” ha riportato l’ispirazione oppure ti ha fatto sbattere contro la cruda realtà di come sia divenuta oggi la musica in Italia?
L’Italia è un paese molto particolare. Abbiamo una storia immensa, ma siamo sempre pronti a rincorrere le mode del momento, dimenticando da dove veniamo. “Faccia” prima di tutto mi ha riportato in studio, cosa che mi mancava parecchio, e più che farmi sbattere contro la realtà mi ha mostrato quanto la gente abbia sempre voglia di canzoni. Sono cambiate tante cose, in positivo, in negativo, ma la voglia di musica è rimasta, e questo credo sia qualcosa di buono!

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