SZLUG: proteggere le radici

SZLUG: proteggere le radici

C’è aria di viaggio e di infinito, c’è la sospensione di chi il mondo lo vede dal cielo lontano, come farebbe un uccello o come farebbe un drone… perché il futuro e il passato si mescolano in questo esordio discografico del producer calabrese Francesco Saporito in arte SZLUG: un singolo, un bellissimo video diretto Pasquale Lumare dal titolo “Protect Us” dove la Terra Madre diventa vittima di violenza e di nostalgia, dimenticanza a suo modo… la costruzione e l’edificazione del futuro lascia indietro la radice dei luoghi e delle loro apparenze. E noi stiamo diventando sempre più figli di una Terra asettica dal carattere uniforme. Questa e tante altre le chiavi di lettura di questo singolo mitteleuropeo firmato da SZLUG:

Protezione: è questo quello che chiedi alla vita, all’uomo, alla tua coscienza?
Mah più che altro immaginavo quello che può essere il prototipo dell’uomo del 21° secolo , testimone di una trasformazione tecnologica e sociale talmente rapida da disintegrare tutti i suoi punti di riferimento. Io sono un sostenitore del progresso, ma riconosco che non sempre o per forza il cambiamento è positivo. Quindi un senso di smarrimento ci può stare, e da lì magari parte questa specie di preghiera laica, inconscia, tramite cui si chiede, non per forza a Dio, un senso di protezione più che protezione vera e concreta. Nel brano è presente un sample preso da una scena del film L’Odio, bellissimo film di Mathieu Kassovitz con un grande Vincent Cassel in cui appunto emerge questo senso di smarrimento e sfiducia in qualsiasi cosa e in chiunque. Ma comunque non voglio lanciare un messaggio pessimista, volevo solo scattare un’istantanea e una testimonianza di alcuni aspetti dei tempi che vivo.

Il connubio tra vita e morte attraverso la costruzione e la successiva distruzione, spesso dovuta all’abbandono… dimmi cosa ne pensi…
Più che la distruzione, il problema è l’abbandono. E anche l’oblio aggiungerei. Finchè si crea e si distrugge comunque si tratta di una trasformazione, magari di un rinnovarsi continuo. Ma l’abbandono presuppone il dimenticarsi di un posto, che alla fine diventerà una sorta di “santuario” industriale che sarà a sua volta testimonianza dell’abbandono e della decadenza di un intero territorio.

Nella tua musica c’è l’incontro tra il suono analogico e quello digitale. Cosa hai preso dall’uno e dall’altro?
Diciamo che avevo in mente un’identità sonora alquanto precisa. Volevo combinare diversi elementi per evocare diverse atmosfere. Ad ogni modo, lo “scheletro” del brano o la bozza se vogliamo dire così nasce con una progressione di accordi suonati al synth. Isolando la traccia potrebbe suonare molto ambient. E allora poi ho pensato di sconvolgere quell’atmosfera “morbida”. Ho aggiunto un kick bass simile alla Roland 808, per dare un passo ritmico definito. A questa base ho aggiunto una serie di campionamenti per evocare quelle atmosfere esotiche che dovevano fare da contrasto all’approccio sonoro più di marca europea. Quindi un sacco di percussioni e di strumenti africani e orientali, suoni di materiali come legno,ferro e vetro. E soprattutto campioni di canti di donne e bambini di varie tribù dell’Africa più profonda. Campioni che poi mi sono divertito a manipolare come più mi piaceva.

E secondo te quest’incontro ha sempre un senso di esistere? Oppure delle volte è meglio lasciarli distanti?
Io adoro le contaminazioni, credo che abbiano dato e continuino a dare alla musica nuovi linguaggi estetici che sono fondamentali in una fase del processo in cui “si è già scritto tutto”. No restare separati no, voglio dire non esiste una regola esatta: finchè il risultato sarà interessante, ben venga questo incontro e questa contaminazione.

Sicuramente vivendo in prima persona in mezzo a quei paesaggi che si vedono nel video, un impatto c’è stato. La definizione di certi scenari, visivi e sonori, parte sicuramente da lì. Se invece parliamo di influenze, direi ben poco: sono sempre stato uno con gusti alternativi fin da piccolo. E oggi ancora di più: spesso cito gruppi o producer che la maggior parte dei miei amici non conosce affatto. Ed è un peccato: in primis perché si tratta di professionisti di alto livello e poi anche perché alcuni di essi sono italiani e spesso del Sud.
Se fossi nato altrove avrei avuto un vissuto diverso: quindi si, è probabile che la mia musica sarebbe potuta andare in altre direzioni.

Giancarlo Susa