Lebowski: lo stile dell’avanguardia

Si parla tanto di avanguardia quando si mette su il nuovo disco dei marchigiani Lebowski. Si intitola “Cura violenta”, un album di dissonanze psichedeliche per dipingere l’uomo in questo momento sociale. Certamente visto il divario, l’abisso e forse potremmo dire anche il gap generazionale che si mette in bella mostra tra la prima title track (strumentale) che apre il disco e la seconda traccia dal titolo “Animali nella Notte” (che neanche troppo gradualmente ci allinea con il mood del resto del disco), “Cura violenta” non è un disco di mezze misure e forse avremmo preteso – col senno del poi – soluzioni più spinte e coraggi melodici più estremi. Un ascolto interessante, che riporta la vena a vibrare delle emozioni che gli anni ’70 della controcultura ci aveva regalato in lungo e in largo.

Avanguardia. Cosa significa per voi?
[Nicola] Significa essere audaci e, soprattutto, innovativi. Amiamo certe rappresentazioni musicali concettuali o, semplicemente, che mirano a suscitare una reazione forte sul pubblico. E’ anche vero che oggi in musica è stato già fatto tutto e il suo contrario, quindi è sempre più difficile riuscire a definire innovativo qualcosa. Spesso è un’operazione di recupero del passato rielaborandolo con una sensibilità contemporanea. E di sicuro noi, da questo punto di vista, possiamo definirci più audaci che non innovativi.

Ascoltando la vostra musica, personalmente mi verrebbe da paragonarla agli esperimenti del GINC o alla musica che Mario Schifano faceva più di 40 anni fa. È un tornare alle origini o un altro modo di pensare al futuro?
[Riccardo L.] Ti ringraziamo per gli accostamenti al GINC e, soprattutto, a Mario Schifano. Sicuramente noi, come penso anche loro 40 anni fa, cerchiamo di approcciarci alla musica in modo sincero, con l’obbiettivo di arrivare ad una composizione il più possibile personale. Non ci poniamo limiti o paletti dettati dalla moda del momento. Il risultato potrebbe apparire più complicato per l’ascoltatore abituato a certi schemi e sonorità, ma noi siamo così. Poi se arrivano i paragoni di cui sopra, vuol dire che siamo sulla strada giusta.

Oggi i Lebowski chi sono: quelli che puntano ai brani come “Cura violenta”, al gioco di “L’Antagonista” oppure siete quelli che fanno un rumore scomodo come in “Universi Paralleli”?
[Simone] In realtà oggi come qualche anno fa i Lebowski sono sempre stati un’entità piuttosto eterogenea ed “eclettica”. Probabilmente questo deriva dagli ascolti che ognuno di noi fa e che spaziano veramente tra molti generi. Diciamo che, se dovessi catalogarli, gli ingredienti che ci attirano di più sono l’attitudine punk, la psichedelia, per forza di cose il rock e non ci terrorizza il pop, anche se gran parte di ciò che viene catalogato come pop è veramente orrendo. Poi ci sono musicisti che fanno elettronica e sono infinitamente più rock di tante band con chitarra, basso e batteria, almeno secondo il nostro modo di percepire la musica. In definitiva quindi, tra le tre canzoni che citavi quale sentiamo più rappresentativa? Beh, direi tutte e nessuna! Fanno tutte parte del nostro percorso di evoluzione musicale e, sicuramente, quelle di un eventuale futuro disco saranno simili e contemporaneamente diverse a tutte queste tre.

Una musica come la vostra spesso viene da collegarla agli eccessi della vita. Nella vostra vita che eccessi ci sono stati per concepire queste nuove scritture?
[Simone] A discapito di uno stile musicale che magari fa pensare a questo, direi che siamo persone molto tranquille e dei canonici “eccessi” del rock non ne abbiamo ecceduto, permettimi questo gioco di parole. Poi qualcuno che ci conosce potrebbe dire che spesso eccediamo in cinismo e politicamente scorretto, oppure in gastronomia. Sono comunque eccessi, ma, come dicevo, non i canonici. Con questo non voglio dire che quando sentiamo Ian Dury proferire “Sex and drugs and rock’n’roll is all my brain and body need” ci dissociamo, anzi tutt’altro, però non ci piace affatto omologarci.

E per chiudere con una riflessione: che sia l’insoddisfazione quotidiana l’unica ad essere giunta all’eccesso?
[Nicola] E’ molto probabile in definitiva, ma per “buone” ragioni. Parlando d’Italia, la società del dopo guerra è cresciuta ed ha prosperato per una congiuntura favorevole e perché, fondamentalmente, veniva dalla povertà, nella maggior parte dei casi. Invece, le generazioni successive sono nate con una certa tranquillità economica che spesso hanno dato per scontata, e che, ora invece, è sempre più difficile raggiungere o mantenere. Ciò naturalmente genera disagio, individui sempre più insoddisfatti ed egoisti. In tal senso, a nostro modo di vedere, hanno giocato un ruolo fondamentale la diffusione di certi modelli di vita per lo più irraggiungibili, e quella rivoluzione tecnologica che sta portando su scala mondiale ad una riconsiderazione complessiva del lavoro e del reddito da lavoro.

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