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		<title>Sanremo ha ancora senso di esistere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalibera Di Martino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 10:19:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sanremo]]></category>
		<category><![CDATA[culturapop]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Sanremo]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Festival di Sanremo si conferma molto più di un semplice show televisivo o di una competizione canora: è un potente fenomeno antropologico e un rito collettivo capace di azzerare i divari generazionali. Tra l'effetto FOMO che travolge anche i più diffidenti e la capacità storica di intercettare le trasformazioni del mercato musicale (dai cantautori degli anni '60 ai fenomeni Gen Z come Geolier e Lazza), l'Ariston resiste al tempo e all'incalzare del digitale. Nonostante le accuse di anacronismo e commerciale superficialità, il senso profondo di Sanremo non risiede nella purezza artistica, ma nel suo valore sociale: vendere appartenenza e offrire al Paese uno specchio in cui continuare a guardarsi e a sentirsi comunità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="article-lead">Sanremo ha davvero ancora senso di esistere? La risposta è sì, ma non per la musica: l&#8217;Ariston è l&#8217;ultimo spietato specchio in cui l&#8217;Italia accetta di riconoscersi.</p>
<p class="article-lead">Tutti amano il Festival della Canzone Italiana. O quasi tutti. Da decenni ci tiene incollati ai palinsesti e alle playlist, oscillando tra <strong>rito collettivo</strong> ed ennesimo talent di prima serata. Per molti è una <strong>moneta di scambio sociale</strong>: l&#8217;argomento d&#8217;ordinanza al bar, in metro, tra le scrivanie dell&#8217;ufficio. Per altri è solo rumore di fondo, quando non un&#8217;efficace distrazione di massa che per sette giorni spegne i riflettori sui problemi reali del Paese.</p>
<p>Nel corso del tempo l&#8217;Ariston è stato definito in ogni modo: baraccone trash, reperto d&#8217;antiquariato, vetrina per meteore e musica da consumo rapido. Nel frattempo il mondo è andato avanti, si è evoluto fino a inventare l&#8217;intelligenza artificiale, mentre Sanremo è rimasto immobile. O quasi. <em>«Perché Sanremo è Sanremo»</em>, recitava il celebre jingle baudiano negli anni &#8217;90, ma la verità è che, a distanza di oltre settant&#8217;anni, nessuno sa cosa sia davvero. Ognuno ha provato a dargli una forma: <strong>Carlo Conti</strong> ha ripetuto per anni di voler rimettere «la musica al centro» — come se in una gara canora la musica non dovesse esserne il presupposto naturale. <strong>Amadeus</strong>, dal canto suo, lo ha trasformato in un <strong>evento liquido</strong>, capace di far dialogare forme di comunicazione diverse — dal digitale al tubo catodico moderno — per dare vita a un palcoscenico in cui un&#8217;intera comunità finisce per identificarsi. Un appuntamento a cui ci si avvicina ogni anno spinti dalla solita, atavica esigenza antropologica: <strong>sentirsi parte di un gruppo</strong>.</p>
<p>Perché sì, Sanremo è prima di tutto questo: un momento di condivisione in cui target generazionali differenti si avvicinano. Persino chi durante l&#8217;anno ascolta esclusivamente musica straniera cede all&#8217;<strong>effetto FOMO</strong>: deve guardarlo per poterne parlare, per non restare escluso da un fenomeno che travolge tutto per sette giorni.</p>
<p>La comunità vive un incessante bisogno di esperienze condivise e, quando questo accade, anche i luoghi che le ospitano cambiano natura. Sanremo si trasforma in una dimensione parallela dove una moltitudine di persone risponde allo stesso rito. Come spiegava l&#8217;antropologo Chris Anderton (ripreso da <a href="https://www.geopop.it/effetto-sanremo-una-riflessione-sociologica-perche-abbiamo-bisogno-di-eventi-collettivi/">un&#8217;analisi sociologica su Geopop</a>):</p>
<blockquote><p><em>«È come se i luoghi prendessero vita propria, si riorganizzassero e diventassero quasi dei villaggi &#8220;temporanei&#8221;, con abitanti &#8220;temporanei&#8221;, creando una sorta di altra dimensione per un periodo limitato di tempo. Una volta concluso il rituale, proprio come alla fine di una cerimonia, ci si disperde consapevoli di ritrovarsi all&#8217;appuntamento dell&#8217;anno successivo.»</em></p></blockquote>
<p>Per quanto se ne dica, i dati che il Festival ha raccolto negli ultimi anni, al contrario di quanto si possa pensare, registrano una crescente attenzione che, nonostante il plasticismo della kermesse, mantiene accesa e viva la fiamma della passione degli italiani per Sanremo. Del resto, la vera sfida del Festival è stata quella di studiare per un anno intero gli ascolti musicali delle persone. Lo abbiamo visto tra gli anni &#8217;50 e &#8217;60, quando si è passati dal bel canto agli urlatori e ha tenuto in considerazione fenomeni come Adriano Celentano, Mina o Domenico Modugno e poi, la &#8220;scuola genovese&#8221; di Paoli, Tenco e De André.</p>
<p>Sanremo ha sempre guardato a ciò che succedeva fuori le mura dell&#8217;Ariston, perché si sarebbe inevitabilmente riflettuto sulla costruzione della sua struttura in quell&#8217;epoca. Lo era ieri, ma lo è anche oggi, quando tra i big in gara troviamo artisti come Geolier o Lazza, perché la GenZ modifica sempre di più l&#8217;indirizzo del mercato musicale italiano.</p>
<p>Ed è qui che la domanda torna a battere implacabile: <strong>Sanremo ha ancora senso di esistere?</strong></p>
<p>Se guardiamo al Festival con gli occhi della purezza artistica o della coerenza televisiva, la risposta dovrebbe essere un severo no. È un anacronismo ingombrante, un reperto museale che tenta goffamente di truccarsi da nativo digitale, un X Factor statale che monopolizza il dibattito pubblico quando – come direbbero i più polemici – il Paese avrebbe ben altri palcoscenici su cui interrogarsi.</p>
<p>Ma la verità è che il senso di Sanremo non risiede né nella qualità della musica in gara, né nella perfezione della sua confezione televisiva. È la sua <strong>forza antropologica</strong> a salvarlo dal baratro della banalità. <strong>Sanremo non vende solo musica: vende appartenenza.</strong> È l&#8217;unico momento in cui l&#8217;Italia intera accetta di sospendere il cinismo per stringersi attorno a un fuoco rituale, lo stesso identico falò a cui i nostri nonni si scaldavano con le radioline a transistor. Diventa così, contemporaneamente, identico a tutto il resto e radicalmente diverso da qualsiasi altra cosa al mondo. Un corto circuito perfetto che ci fa detestare la kermesse per trecentosessanta giorni all&#8217;anno, per poi ritrovarci, religiosamente puntuali, a fare il tifo per la polemica della settimana.</p>
<p>Fintanto che l&#8217;Italia continuerà a cercare un pretesto per guardarsi allo specchio, per parlarsi addosso e sentirsi comunità, la risposta sarà sì. <strong>Sanremo ha senso di esistere proprio perché è inutile</strong>, ed è per questo che, fortunatamente, non potremo mai fare a meno di odiarlo.</p>
<p>In fondo, Sanremo è come i vecchi amori: lo critichiamo perché ci somiglia troppo, ma sappiamo già che, l&#8217;anno prossimo, saremo di nuovo lì a guardarlo.</p>
<p class="article-author" style="text-align: right;"><strong>di Annalibera Di Martino</strong></p>
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