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Andrea Barone: rinascita, viaggio, vita e molto altro

Autore e compositore salernitano Andrea Barone che dopo anni di carriera decide di raccogliere il suo lungo diario di viaggio dentro le pieghe di un unico disco. I suoi inediti, la sua forma, le sue tante voci cercate e volute nei panni degli artisti che di volta in volta ha chiamato a dar mano e voce alle sue scritture. E pensando al tempo presente direi che “Reborn” sia un titolo oltremodo indovinato, nel mood dell’opera come in quel del momento suo che vive. Ed è ad esempio ad Emanuele Durante del progetto Circlelight che Barone chiede la voce per il singolo “Feel the Wind” che troviamo anche a seguire nel suo video ufficiale. La forma melodica incontra il pop e le sue tante derive internazionali per un disco di gala, di eleganza e di mestiere.

Un disco che sembra voler fare un sunto del tuo percorso. A vederlo dall’alto… come senti di averlo costruito fino ad ora?
Ci ho messo tutto me stesso, e penso di poter essere soddisfatto, anche se sono spesso molto critico verso me stesso e ricerco sempre la perfettibilità, cercando sempre di capire dove poter migliorare per il futuro. L’album ha avuto una lunga gestazione, e le registrazioni sono anche state interrotte più volte a causa della pandemia. Hanno partecipato al disco una quarantina di persone tra cantanti, musicisti e tecnici, e sono contento di ogni singola collaborazione. Dopo anni di attività come tastierista e musicista ho finalmente deciso di dedicarmi a brani esclusivamente miei, alcuni dei quali li ho scritti anche molti anni fa, e spero davvero questo sia solo l’inizio. L’album quindi rappresenta una rinascita artistica, oltre a quella spirituale e interiore che è raccontata nei vari brani.

Disco di grandi classicismi… possiamo dirlo? Grandi radici, grandi riferimenti… hai mai cercato (e dove) la trasgressione, la rivoluzione della forma?
Ho studiato composizione in conservatorio, e da compositore ho scritto alcuni brani per orchestra e brani per piccole formazioni strumentali, nei quali ho sperimentato vari tipi di linguaggio contemporaneo, trasgredendo la forma, l’armonia, il ritmo. In quest’album invece effettivamente ho più o meno rispettato e seguito la forma canzone, o alcuni standard della canzone “rock”. Forse la particolarità sta proprio nel fatto che l’album è a nome mio ma io sono l’autore dei brani e non il cantante, e nell’aver impiegato tante voci diverse, in canzoni dal sound un po’ variegato tra loro. In questo forse sono stato influenzato da grandi musicisti, non cantanti ma autori di canzoni, che ho sempre ammirato, come Mike Oldfield, o Giorgio Moroder.

Le voci che hai scelto per questo lavoro… sono i brani ad averle richieste o i brani si poggiano sulla voce scelta? Insomma, prima l’uovo o prima la gallina?
La prima, sono i brani ad aver richiesto le voci. Ho scritto tanti brani nel corso degli anni e poi ho deciso di raccogliere in un album questi primi otto. Non essendo cantante ho dovuto lavorare per cercare e scegliere i cantanti più adatti. Alcuni di loro erano amici con cui avevo già collaborato, altri li ho scelti cercando e ascoltando cose in giro su internet, a volte suggerite da amici, come nel caso di Giuseppe Capaccio, bravissimo cantante che interpreta The colour of the rain, brano di apertura del disco. Altri cantanti me li ha suggeriti Enzo Siani, in quanto appartenenti al circuito del Trees Music Studio, studio di produzione dove abbiamo registrato il disco, e anche etichetta che ha pubblicato l’album in digitale. È il caso di Carla Genovese, bravissima interprete della ballad What we got.

E quanto hai lasciato all’improvvisazione?
Le canzoni avevano una linea melodica chiara e definita, ma un po’ in tutti i brani ho accolto idee e variazioni che arrivavano dai cantanti, anche riguardo le parti corali. Invece una vera e propria improvvisazione è presente in Forever free, brano collettivo con una dozzina di cantanti, dove su una parte strumentale etnica chiesi a Mariana Somma di mettersi al microfono e improvvisare con dei vocalizzi. Fu tutto improvvisato, e sicuramente in quel momento pensai a The great gig in the sky dei Pink Floyd, una delle band che amo maggiormente. Stessa cosa hanno fatto poi nei ritornelli finali corali sia lei che Carla Genovese e Margot Durante. Il risultato finale mi piace tantissimo.
Poi nell’album sono presenti alcune parti di chitarra improvvisate dai chitarristi, come la parte di chitarra slide di Ben Romano in Proud, brano country/pop cantato da Rossana Falzarano, e alcuni assoli non improvvisati ma in cui ho comunque lasciato ai chitarristi libertà di espressione.

Bellissima questa copertina. Raccontacela…
La copertina è di Vittorio “Kufa” Citro, amico e bravissimo grafico visionario. Quando gli ho affidato la copertina gli ho espresso pochissime idee sull’immagine, parlandogli di più dell’idea che stava dietro l’album. Ho lasciato a Vittorio libertà di espressione e devo dire che la copertina mi piace tantissimo. Inizialmente mi aveva proposto come copertina dell’album un’immagine che invece ho pensato fosse perfetta e che ho scelto come copertina del singolo Feel the wind. L’idea di base di questa copertina, ossia la barchetta di carta, come simbolo di espressione artistica, di leggerezza, di libertà, l’abbiamo usata anche nel videoclip girato da Guglielmo Lipari. Dopo un secondo confronto Vittorio mi ha poi proposto la copertina definitiva per il disco, che è tra il surreale e il simbolico, e l’ho apprezzata subito. Anche la copertina di Forever free, singolo il cui videoclip è uscito a maggio dell’anno scorso, è la sua.

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