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Daniele Fortunato: storia di fili sottili

È sempre una storia dedicata a fili tesi, che legano storie e persone, che cuciono la vita quotidiana e l’amore che vi scivola dentro. È sempre una storia sottile quella dei fili tesi, come quelli dei panni tesi e stesi, anch’essi, ad asciugare. E questo disco torna alle immagini di un tempo, alla canzone d’autore pulita, al suono suonato, libero da elettroniche di perfezione e semplice di dettagli acqua e sapone, con quel drumming spazzolato, con quel contrabbasso di raffinatezza, dei fiati che ricordano le arie noir dei cantastorie, quelle liriche che sanno di città, di cantautori un poco americani e un poco francesi. Daniele Fortunato dedica un disco a due anime affini legati da un filo sottile. Daniele Fortunato scrive queste nuove canzoni anche per i figli, sottili anche loro nella fragilità dell’infanzia – che per un genitore durerà in eterno. Daniele Fortunato pubblica un bellissimo disco di semplicità evocativa che decide di intitola “Quel filo sottile”.

Quanto respiro dentro questo disco. Un suono che si poggia più che consumarsi. Un suono che ha dentro la forza delle attese… non so cosa ne pensi tu…
Le suggestioni che hanno creato queste canzoni nascono da esperienze personali intrise di attese e di speranze profondamente radicate. È il racconto di una crescita tra dolore e fiducia.

Nella vita di oggi, per te, cos’è quel filo sottile?
È il legame con le persone e con i contesti che amiamo. Ogni connessione fortemente desiderata o figlia del caso che col passare del tempo struttura e rinnova la nostra essenza.

E tra l’altro mi piace questa copertina di panni stesi ad asciugare… visioni e parole molto d’autore queste non trovi?
È un’immagine che ha la stessa forza di una canzone, di un quadro. È un eco che arriva dal passato, dal cortile di una casa d’infanzia.

E restando sul tema: cosa rappresentano i panni stesi ad asciugare? Te lo chiedo perché penso ci sia molto, forse anche di più, dietro questa copertina che in tutto il resto del disco…
Le identità, le pluralità della vita indossate negli anni e messe ad asciugare. Stese nell’attesa di essere indossate o rimesse nell’armadio, circondate dalle mura dell’esistenza con lo sguardo rivolto al cielo, verso la possibilità.

Il suono acustico per chiudere: come lo hai pensato, voluto e lavoro in questo mondo digitale di oggi? Non ti senti anacronistico?
Molto anacronistico, ma almeno sono io. Che senso avrebbe incidere un segno di sé forzato o che ci corrisponde parzialmente? Dentro il disco c’è quello che penso, e quello che so fare. Non di più. Quando ho terminato la stesura delle canzoni ho avvertito la varietà ritmica (bossa, country, ballads) ma anche la sensazione che fosse un album da registrare “live”, con la stessa modalità ed intenzione che avrei poi proposto dal vivo. La faccenda migliore dell’era digitale è che c’è spazio per ogni forma espressiva. Mi piace pensare che qualcuno là fuori possa riconoscersi e ritrovarsi in questo personale racconto in musica.

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