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Flares on Film: oggi è ”About War, Love and Electricity”

Prometto di produrmi in una recensione. Prometto di lasciarmi andare come merita. In questo mondo iperconnesso e costantemente in overload, esistono ancora artisti che staccano la spina dei computer. O almeno in parte. Almeno ci provano. Esce oggi “About War, Love and Electricity” il terzo disco dei Flares on Film guidati da Filiberto Petracca, progetto barese che però ha un profilo decisamente internazionale. Un disco dal forte potere visionario. Cerco di saperne di più…


Amore, guerra, elettricità: qual è il vero filo conduttore?
Partiamo subito dal fatto che non si può parlare di amore senza parlare anche di guerra. Qui parliamo di un amore inteso come tensione, desiderio, bramosia e non un amore accoglienza. Un amore passionale insomma che di conseguenza ha costitutivamente a che fare con la guerra. Un andare a prendere, un pretendere e conquistare. L’eros e il thanatos di ogni brama, di ogni passione, di ogni desiderio. L’elettricità invece, sebbene sia proprio quella tensione che intimamente tiene unite le cose fra loro, è in questo titolo d’album un vero atto di leggerezza, un’apertura. Come se, omaggiando David Lynch e il suo “electricity” di twin peaks, volessi proprio come lui, non prendermi troppo sul serio, e non prendere troppo sul serio un tema così importante come l’amore/guerra. Un modo di alleggerire la tensione e abbandonarsi alla cose che accadono che in fondo è il vero filo conduttore dell’intero album. Può esserci amore, guerra, tutto unito elettricamente, ma alla fine non siamo noi a scegliere certe cose, a volte accadono e basta, e noi possiamo solo galleggiare e a volte sprofondare.

Ancora…
”About War, Love and Electricity” è un disco che scopriremo poco alla volta, che ci costringe a tornar indietro nel tempo. Suoni lenti, cadenti in uno scenario che sulle prime sembrano di attesa.
Il suono anni ’90 in risposta alle tendenze di oggi ad inseguire un futuro imminente. Perché questa scelta?
La scelta estetica di richiamare gli anni 90 è nata subito dopo i primi ascolti. Registrate le prime tracce demo infatti, in quella fase in cui si ascolta il tutto fino allo sfinimento, mi sono accorto che c’erano delle cose che ricordavano molto le produzioni di quegli anni, per cui abbiamo scelto, nel momento in cui abbiamo cominciato a registrare per davvero di enfatizzare questo aspetto. Potete non crederci, ma la cosa più anni 90 che ci sento in questo disco, sono gli organi che rispetto alle tendenze del momento e del revival generale di queste sonorità 90, quasi passano in secondo piano. Per me invece sono stati uno splendido collante di fondo che tiene insieme gli strumenti, ma che soprattutto regala al sound in alcune tracce un’aria di confessione domenicale, un’aura celeste e spirituale.

E ancora…
“About War, Love and Electricity” sembra parlarci di quel futuro apocalittico, anzi della quiete dopo l’apocalisse, sembra la colonna sonora di quei film in cui l’uomo è totalmente ricodizionato da una naturalezza attorno totalmente assurda, paradossale, leggerissima quasi…
E quindi che rapporto hai con il futuro?
Questo è un temibile domandone perché pone in questione il libero arbitrio e la libertà. Nel clima di questa intervista però, per mantenere la mia mente su questo pianeta,  la prima cosa che penso è il film terminator e il suo “il futuro non è scritto…”. Se ci ricordiamo il film infatti, da un futuro disgraziato viene mandato un tizio affinché John Connor, figlio di Sarah, possa nascere e cambiare il presente del futuro. Questo è un buon proposito e ci lascia pensare, qualcosa del futuro cambia il presente e di conseguenza l’eventuale futuro stesso. Un loop, un nastro di interdipendenza tra presente e futuro, ma ovviamente anche di passato che però ora non ci riguarda.
Nel futuro ho le mie aspettative, desideri e obbiettivi, e se devo confessarmi, ho anche un nuovo album già pensato ed in parte scritto. Dal futuro delle mie fantasie arrivano idee qui nel presente, mandate a salvare il futuro affinché possa accadere, ma nel frattempo succederanno cose e quasi sicuramente quell’album che ora ho in testa non esisterà più così com’è adesso nel futuro, ma sarà diverso, attraversato dal presente e dagli eventi che lo condizioneranno. Un rimbalzo tra il futuro e presente, un futuro statico e fatto di idee, e un presente dinamico e sempre nel movimento del divenire. Nelle mie fantasie future, oggi, potrebbe essere un album più blues con molte più chitarre, ma questo è solo uno dei tanti futuri possibili e non vorrei spoilerare.

E ancora…
“About War, Love and Electricity” non lo troveremo sui canali di streaming gratuiti. “About War, Love and Electricity” è un disco che troveremo solo dopo averlo comprato. E presto uscirà anche in vinile con una preziosa release speciale in cui la tracklist avrà 2 tracce in più.
Il terzo disco dei Flares on Film: evoluzione, emancipazione… oppure rivoluzione?
Terzo disco dei Flares On Film: cammino. Ogni album ha un pensiero alla base, un concept fatto non solo di idee concettuali, ma anche di regole. Ogni volta infatti scelgo dei limiti, dei confini che inesorabilmente ne delimitano l’identità e sostanza. Scelgo gli strumenti, i temi di cui parlare, il modo di registrare. Ecco perché è impossibile non parlare di evoluzione come un fenomeno naturale. Di certo non parlerei di rivoluzione, almeno dal punto di vista della produzione musicale e del mio rapporto con la musica. Sono emancipato, libero e disinibito di base. Una rivoluzione è contro qualcosa, una rottura, ed io per ora sono ancora integro.
Piuttosto, se di rottura vogliamo parlare, in questi anni, ad esempio, mi sono accorto che la logica dello streaming online mi e ci ha impoverito rispetto alla volontà, al desiderare. È orribile essere ascoltatori inermi soggiogati dalla logica qualunquista delle playlist. Metto musica per riempire un vuoto, un sottofondo ad una serata, un brusio di fondo alla mia vita che scorre. Questo è ciò che non auguro a nessuno che si occupi di generare. Mi sembra di diventare musica nei supermercati che accompagna il consumatore. Almeno un tempo c’era il “Music for Airports” e ci faceva partire, viaggiare.
Non mi importa dei soldi, non mi importa di quanto poco paghi lo streaming, ma mi importa che chi ascolta la mia musica, sia venuto proprio da me perché è me che voleva. Puoi comprare un disco, ascoltarlo online o addirittura scaricare gli mp3 (come negli anni 90), ma l’importante rimane sempre la ricerca nominale, il desiderio di qualcuno che oggi sceglie di ascoltare te e proprio te.

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