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Il Grido: l’Italia americana di qualche anno fa

Vi presentiamo del rock alternativo. E direi che da questa effige di stile e di modus operandi non si scappa e tutto quel che segue nei suoni e nei testi è praticamente fatto ad eccezion fatta per l’ispirazione che governa le melodie e quel certo modo di dire le cose che, per quanto ci si impegni, non si allontanerà mai troppo da quel piglio cantautorale pop che l’Italia ha ormai nel DNA da generazioni. Sono romani, sono giovani e sono Il Grido. Omonimo disco per un esordio al fulmicotone che sembra uscito da qualche bel raduno anni ’90 quando dai garage e dalla provincia veniva fuori la ruggine e l’istinto che poi, con l’evoluzione della tecnica e della contaminazione ha preso maggiore carattere, fermo, solido, a tratti industriale, corposo che quasi da grunge diventa crossover. L’America è a due passi. Il Grido sforna un disco che non fa impazzire sulle idee e sul design ma che sinceramente ha buonissime carte da giocarsi in una crescita di maniera. Ci accodiamo alla grande coda di critica positiva che si trova in rete e anche in questa sede diciamo: se nel disco ci fossero tanti altri brani come “Amsterdam (hai una cura per me?)”, Il Grido avrebbe fatto un centro pieno sotto tutti i punti di vista.

Svisceriamo il tema dei Presidenti. Quanta “politica” sociale c’è in questo vostro “grido”?
È un aspetto importante per noi. Anche se gli artisti in generale sembrano avere perso la voglia di parlarne, non possiamo fare a meno di guardarci intorno. Le contraddizioni di questa società ci colpiscono allo stesso modo delle inevitabili disavventure con le nostre partners, è facile riversare tutto nei nostri pezzi.
La nostra sfiducia nella classe politica è palese, troppi privilegi a persone che dicono di lavorare per il bene comune, troppi interessi personali legati a fatti che dovrebbero essere esclusivamente pubblici. Eppure la cosa che ci sconvolge è la totale remissività delle persone a questa condizione, che è sotto gli occhi di tutti. La gente preferisce quello che conviene, non quello che è giusto.
E conviene tenersi quello che si ha, anche se è uno stipendio misero o appena sufficiente a permettersi uno smartphone a rate e svago nel weekend, quel tanto che basta per scordare la settimana passata e sopportare la successiva.

Perchè il rock è un po’ come la comicità…per qualche misura maschera con gusto il messaggio. E questo disco l’ho trovato molto ricco di cantautorato in un certo modo…
Sicuramente. Curiamo i testi esattamente quanto il sound, e tra le tante cose che abbiamo ascoltato ci sono anche i cantautori degli anni 70. Senza contare il fatto che tanti gruppi grunge di cui abbiamo divorato i dischi hanno dei testi che sono pura poesia. Una metafora scritta bene ti spiega le cose meglio di interi libri (forse perfino di wikipedia).

Rabbia. Rivoluzione. Ogni tanto posso rapire dalla vostra letteratura un consiglio utile per reagire. Ma quanto è vostro e quante cose state dicendo a voi stessi in queste canzoni?
Ogni pezzo parte da una reazione personale a qualcosa, non puoi dare soluzioni alle altre persone se tu in prima persona non sei passato attraverso la domanda e hai trovato quantomeno una tua risposta. È come scrivere un manuale di sopravvivenza, o lo scrivi da vivo o può capitare che la gente tenda a non crederti. Scherzi a parte, scrivere una canzone Ë sempre mettere un punto ad un determinato momento della tua vita, ci vuole lucidità, non racconti una tempesta se sei ancora in mezzo al mare.
Probabilmente quando scrivi qualcosa sei già pronto ad una nuova fase, ma lasci un segno per ricordarti chi eri, cosa hai passato per essere quello che sei oggi.

“Cane sciolto”. Alla fine sempre cane è. Come in “Zero”…ha la catastrofe sua, segreta, chiusa in tasca…
“Cane” è il primo pezzo che è stato scritto tra quelli del disco, cronologicamente il più vecchio. La storia del protagonista è molto semplice, si libera di tutto, si strappa di dosso vecchie abitudini, vecchie catene, ha davanti la libertà totale e non sa cosa farsene. Come bloccato davanti a un foglio bianco su cui non si sa cosa scrivere, cosa disegnare. “Zero” viene da un punto di vista completamente opposto. È il numero da cui si parte, probabilmente ha la forma di un cerchio vuoto perchè così lo puoi riempire. È un caso che siano all’ inizio e alla fine del disco, non ci avevamo neanche pensato. Abbiamo iniziato con lo stato d’animo che sentiamo ora, e abbiamo messo il punto con quello con cui siamo partiti. In pratica un film che finisce con la scena iniziale.

Quindi alla fine Il Grido come ne esce fuori dalla “catastrofe” di questo disco?
Fuggendo e gridando, come supereroi sfigati rincorsi da un gatto gigante che spara laser dagli occhi!

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