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JESTO: da digerire con cura e perseveranza

All’istinto non è che si comandano modi o si impongono i vestiti. E di certo questo nuovo lavoro di un rapper come Jesto non può che essere figlio dell’istinto, quello del caso, quello della pancia… l’istinto che si fa suono e parole in quel momento importante fatto di quiete che arriva prima di ogni tempesta emozionale. E a farlo girare, viste le premesse, ci aspetteremmo irruenza e rabbia, energia e fuoco. Ed invece è dolcezza, un poco sbarazzina, un poco adolescenziale, un poco ricercata in quelle finiture d’autore che non smentiscono ne il sangue na la provenienza. Jesto – almeno per questo nuovo disco – ha abbandonato l’elettronica dell’hip-hop e il cemento urbano del rap, ha imbracciato una chitarra acustica e con la magistrale guida artistica ed esecutiva di Andrea Tarquini, ha dato vita ad un disco di grande pop d’autore. Prova a calzare, per la prima volta in modo sfacciato, quei panni che suo padre ha lasciato in eredità, senza la presunzione di volersene appropriare e senza la fragilità di chi ha vizi di forma nel somigliare sempre a chi ne ha dato i natali. Jesto è lui, è vero ed è coerente anche in una forma così indijesta a chi si aspettava di sentir replicare il successo di brani come “Stories d’amore”. È ben altro signori. E non è da meno. E non è rinuncia, resa, o chissà cos’altro. É sincero istinto che segue il bisogno di una metamorfosi, forse perenne, forse solo momentanea, forse solo preludio di ben altre derive che ora non possiamo immaginare. Che poi a sentirlo bene, questo “IndieJesto” non è che ha proprio staccato completamente i piedi da quel mondo che lo ha reso celebre a milioni di persone. Un ascolto davvero interessante…

Parli tanto di spontaneità per questo disco. Parli di una genesi intima e acustica… che bisogno avevi da soddisfare quando hai imbracciato la chitarra?
“Bisogno” è la parola chiave. Faccio musica per necessità, ancora prima di pensare a cosa ne penserà il mondo. Ero partito con l’idea di fare un disco chitarra e voce, un po’ per abbracciare l’eredità musicale di mio padre (Stefano Rosso), un po’ perché per me è veramente stimolante provare cose nuove musicalmente. Il suono della chitarra mi risveglia ricordi d’infanzia, di quando mio padre si allenava a suonare e io gironzolavo per casa ascoltando distrattamente. Credo che, a livello inconscio, lavorare con la chitarra mi calmi l’anima.

Le musiche sono di Andrea Tarquini… un grande conoscitore della musica di tuo padre… l’incontro è stato casuale? Chi ha cercato chi?
Lo contattai già per il disco precedente, “Buongiorno Italia”, in cui però intervenne a disco pronto, nel senso che aggiunse le chitarre su delle canzoni già strutturate e arrangiate. In questo album nuovo invece, è partito tutto dalla chitarra. Avevo delle melodie e delle idee, e Andrea mi ha seguito per dare vita a queste canzoni che avevo in testa. Andrea suonava con mio padre, per come la vedo io questo è un cerchio che si chiude: mio padre ha trasmesso a lui qualcosa che ora lui trasmette a me, e io trasmetto a lui il mio modo unico di creare. Sono molto freestyle nella composizione delle canzoni, mi ritengo un jazzista delle parole.

E tornando alle musiche… quindi avete composto assieme?
Ci siamo messi attorno al camino a suonare e cantare. Avevo già tutte le melodie e le idee dei testi, e mentre le cantavo Andrea mi seguiva con la chitarra. È stato molto naturale, in un paio di giorni abbiamo buttato giù la prima versione di IndieJesto, completamente voce e chitarra. Poi abbiamo arrangiato in studio in un secondo momento. E’ un disco nato da solo, praticamente.

Il presente, il sistema discografico, il sistema mediatico e tutti le organze a corredo. Essere indipendente significa anche vivere a prescindere da tutto questo o sbaglio? È così anche per te?
Non sono fatto per essere inserito in un contesto. Non sto a mio agio nelle regole della discografia, nelle tempistiche, nelle logiche del mercato. Io quando ho bisogno di fare uscire musica, ossia comunicare con il mondo, devo farlo, senza aspettare il momento giusto per ottimizzare i risultati. Per un’etichetta non deve essere facile lavorare con me, perché sono senza briglie, e per me lavorare con un etichetta può rischiare di diventare frustrante, in quanto ho tempi miei e esigenze artistiche, prima ancora che di risultato.
Insomma, l’unico modo per fare come mi pare artisticamente è gestire tutto quanto io, come in questo disco. Sono uscito indipendente in tutti i sensi possibili, producendomi il master, disegnando la copertina e scrivendo le idee dei video che arriveranno.

Un’altra parola importante che mi viene da leggere tra le righe di questo lavoro è ipocrisia. Ovviamente mi riferisco alla società di oggi… mi riferisco a “Vegani domani”, a “(S)Porca” e, sottilmente, a quasi ogni traccia di questo disco. Non è così? Quanta ipocrisia combatte questo nuovo lavoro?
La mia musica è vera e sincera, senza filtri e senza strategie. Credo che questa caratteristica sia il filo conduttore tra la musica di mio padre e la mia. Più di tutto mi ha lasciato in eredità questo modo di essere se stessi, in maniera spontanea e naturale. L’ ipocrisia del mondo mi fa stare a disagio. Io sono come acqua, in me ti puoi specchiare e scorro sempre verso il passo successivo, lascio fluire la mia creatività in maniera naturale e senza troppi ragionamenti. Sono semplicemente me stesso, in maniera quasi zen, e questo mi fa essere così prolifico (nel 2019 ho rilasciato 4 progetti!). Non ho mai sopportato le ipocrisie del mondo, motivo per cui non ho un buon rapporto con le persone, in generale. Sto bene nel mio mondo.

A chiudere: ho avuto l’impressione che temi difficile che in passato hai sempre ostentato, oggi siano messi un poco in disparte o comunque alleggeriti. Sbaglio?
Si, dipende dalle fasi che vivo. Il Jesto tormentato di prima del 2018 era specchio della vita che stavo vivendo. Tra paranoie e negatività, la mia arte veniva completamente risucchiata da quel mondo. Sono convinto che le vibrazioni e le energie che metti in un progetto artistico poi prendano vita, quindi sto cercando di vivere bene e in maniera positiva, per creare opere positive che poi, di conseguenza, mi facciano vivere periodi sereni. C’è molto di curativo nel fare arte, e non va fatto alla leggera, per quanto poi la mia fase creativa è assolutamente libera, estemporanea.

A chiudere: ti piace questa nuova versione di Jesto?
Molto. Mi piace che mi sia emancipato dalle negatività, e mi diverto così tanto a cantare sulla chitarra, venendo da anni di musica elettronica. Visto da fuori non so come possa essere recepito questo cambio di rotta, ma visto dal di dentro è molto stimolante. E credo di voler evolvere ancora la mia musica, come dicevo in un pezzo “ogni disco diverso, ma sempre me stesso”.

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