Dalla periferia romana nasce un racconto in musica e parole: “Marnie” è la fotografia malinconica di una relazione al bivio. The Indiependent Drummer fonde esperienze musicali e letterarie in un progetto profondo e viscerale. Un nuovo singolo, un romanzo, un’identità artistica che prende forma.

Hai descritto “Marnie” come una spinta verso il cambiamento. Che importanza ha per te il concetto di movimento nella vita e nell’arte?
Il movimento e il viaggio fanno parte dell’esistenza umana. Ma nell’arte e in questo caso nel campo musicale penso di avere una «poetica» molto riconoscibile con delle idee fondanti che per quanto mi riguarda non sono mai cambiate e mai cambieranno.
Quanto c’è di autobiografico nella storia raccontata, anche nel romanzo?
È tutto autobiografico. Nico, il protagonista del romanzo, un batterista ventenne che vive a Corviale, detto a Roma anche Er Serpentone, sono io. O meglio: l’io di venti anni fa. Non abito più a Corviale ma i miei affetti e legami più sinceri e profondi appartengono ancora a quel contesto. Nico non è altro che Alessandro, un «postadolescente» – come continuo a sentirmi, per spirito e attitudine – che vive nel famigerato Serpentone, quel palazzone di cemento lungo un chilometro, simbolo di un’intera generazione. Nell’epoca dei trapper che giocano a fare i mafiosetti – salvo poi sfilare a Sanremo in cerca dell’approvazione della mamma – tutti si dichiarano figli del «ghetto», dei quartieri bronx, ma pochi ci sono davvero cresciuti. Io sì. E non ho mai rinnegato, né mai rinnegherò, le mie radici: i miei amici più veri, i legami più profondi, appartengono ancora a quel palazzo mitologico che tanti politici, di destra e di sinistra, continuano a usare come passerella.
Hai una lunga esperienza nella scena indipendente. Cosa significa oggi essere indipendenti, davvero?
La fortuna di essere indipendenti penso risieda nel poter avere il controllo totale sulla tua musica.
Nel brano si percepisce una forte attenzione alla voce femminile. Cosa ha portato Cristina al progetto, artisticamente parlando?
Cristina è un’interprete eccezionale. Ha dei colori bellissimi nella sua timbrica vocale e ho sentito di dover valorizzare questa sua attitudine.
In che modo pensi di connettere i vari livelli della tua produzione – musicale, narrativa, visiva – in futuro?
Mi muovo su più livelli: sto conseguendo un dottorato in Arti Visive. Ho scritto un romanzo che nasce proprio dalle mie esperienze vissute nella scena musicale romana di inizio Duemila. Ma non penso che in futuro ci saranno connessioni tra i miei vari mondi. Per ora sicuramente queste varie parti del mio profilo artistico stanno dialogando.
C’è un pubblico ideale a cui ti rivolgi o lasci che sia la musica a trovare chi è pronto ad ascoltarla?
Sono molto «egoista» in questo senso e non penso mai ad un ipotetico pubblico. Quello che scrivo e produco deve innanzitutto piacere a me. Poi se intercetta il favore di qualcuno/a ben venga!