Alle volte, sulle prime, mi torna alla mente quel piglio vocale di Alberto Nemo, tra spiritualità e futurismo. Sono i NoIndex, sono Francesco Paolo Somma (voce, autore dei testi e compositore) e Cris Pellecchia (bassista, compositore e arrangiatore dei brani) che sfornano un EP d’esordio decisamente interessante come “3024”: un manifesto futurista che denuncia una possibile catastrofe sociale dovuta al totale controllo delle emozioni. Suoni parchi, complessi di sintesi, suoni sospesi… a due passi dall’industrializzazione pesante, l’uomo sotto assedio, i “Residuali” che difendono l’esistenza. Ottime le produzioni video che troviamo in rete… sembra una serie tv che ci fa desiderare lo sviluppo futuro.

La scena indie oggi secondo voi, come sempre in Italia, afferra il futuro, lo codifica oppure se ne tiene a distanza?
Credo che la scena indie italiana oggi viva in una tensione costante tra due poli: il desiderio di evolversi e la paura di tradire sé stessa. C’è chi prova davvero ad afferrare il futuro — sperimentando linguaggi visivi, tecnologie, estetiche digitali — e chi invece continua a oscillare in una comfort zone nostalgica, dove tutto deve suonare “vero” e “organico”. La verità è che il futuro esiste anche quando non lo guardi: ignorarlo non lo fa sparire. Per questo penso che chi osa contaminare musica, cinema, AI, world-building narrativo, oggi stia realmente codificando un nuovo immaginario culturale. Gli altri, semplicemente, stanno aspettando che passi la tempesta.
Esiste un punto di non ritorno per il suono? Nel senso: secondo voi ha senso pensare di poter tornare al folk dei cantastorie oppure abbiamo superato ogni limite per questo?
Il punto di non ritorno non esiste. Ogni volta che la musica sembra chiusa in una spirale tecnologica, qualcuno arriva con una chitarra, due accordi e una storia da raccontare e apre una nuova porta. Il problema non è il “folk” o l’elettronica, ma la verità che ci metti dentro. Oggi abbiamo sintetizzatori, AI generativa, strumenti digitali potentissimi… ma questo non impedisce al cantastorie di esistere: gli chiede solo di aggiornarsi, di trovare una nuova postura. La narrazione umana non morirà mai: cambierà solo forma, come ha sempre fatto. Dunque sì, si può tornare al folk — ma solo se ha il coraggio di incarnare una nuova epoca, non di ripetere la vecchia.
NoIndex: senza personalità, omologazione pura oppure qualcosa impossibile da catalogare?
NoIndex non è né omologazione né anti-identità. È un’identità in movimento, un progetto che vive più come universo narrativo che come semplice band. Siamo un ibrido: musica elettronica, world-building, estetica distopica, narrativa sci-fi, performance dal vivo. Le nostre storie — da Anauel a Mebahel, da Eidon ai Residuali — non sono orpelli, ma parte integrante del modo in cui costruiamo il suono. Catalogarci è difficile perché non partiamo da un genere: partiamo da un mondo, il “3024”, e il nostro stile è la sua conseguenza diretta. Se proprio servisse una definizione: NoIndex è una forma di narrazione aumentata attraverso la musica.
E dopo “3024”… in che tempo state pensando di andare per il prossimo futuro?
Dopo “3024” non vogliamo andare “avanti” o “indietro”: vogliamo andare altrove. Stiamo lavorando su un nuovo capitolo dell’universo narrativo, forse una frattura temporale, forse un prequel spirituale — un luogo in cui la realtà si incrina e lascia passare un’altra luce. Se “3024” era l’anno della distopia lucida, il prossimo lavoro sarà l’anno della riscrittura, del tentativo di cambiare il passato attraverso il sogno. Continueremo a fondere suono, visioni, AI, installazioni, ma con un approccio ancora più emotivo e meno didascalico. Sarà un viaggio, non un aggiornamento. E come sempre… non sarà catalogabile.