In questo dialogo si esplora il lato più musicale del singolo firmato da Eugen Verra e Carmen Insam. Dalla costruzione dell’arrangiamento alla resa dal vivo, ‘Got the Music in Me’ diventa il punto di partenza per parlare di ambizioni artistiche e di cosa significhi oggi costruire una identità sonora.

Partiamo dal suono: l’arrangiamento firmato da Eugen Verra ha un taglio moderno ma mantiene una certa anima classica. Quando lavorate a un brano, cercate prima l’emozione o prima l’architettura musicale?
Quando lavoriamo a un brano, cerchiamo sicuramente prima di tutto l’emozione. La melodia, il significato e ciò che il pezzo trasmette vengono sempre prima; solo dopo costruiamo la struttura tecnica attorno a questo nucleo emotivo. Per esempio, Got the Music in Me è un brano che Eugen ha composto e prodotto completamente da solo. Io ho cantato ciò che lui mi ha proposto, e lavorare così funziona davvero bene: c’è fiducia, libertà e un flusso molto naturale. Eugen mi dice spesso che imparo in fretta e che fare musica insieme è bello e facile. Questo per me significa tantissimo, perché dimostra quanto la nostra collaborazione sia autentica e spontanea.
Ascoltando “Got the Music in Me” si percepisce un messaggio molto diretto: la musica come energia vitale. C’è stato un episodio preciso che vi ha fatto sentire davvero questa frase come qualcosa di vero?
Per noi la frase “Got the Music in Me” è vera perché nasce da qualcosa di molto semplice e molto umano. Eugen mi ha raccontato spesso che, quando ha creato questo brano, stava pensando solo al piacere puro di fare musica. Per lui la musica è una cosa che gli dà emozione, coraggio e senso di vita. Certo, essere famosi ha il suo fascino, ma per lui la cosa più importante è proprio fare musica con l’anima, perché la sente dentro, profondamente. La stessa cosa vale per me. Per questo il brano si combina così bene anche con la mia sensibilità, e mi ha fatto davvero piacere che abbia scelto proprio me per cantarlo e produrlo insieme.
Da ascoltatore curioso: il brano funziona molto bene come pezzo radiofonico, ma mi chiedo come cambierebbe dal vivo. Pensate che sul palco possa trasformarsi, magari con più spazio strumentale?
In realtà ci ho pensato spesso: sul palco Got the Music in Me potrebbe funzionare davvero bene. Dal vivo avrebbe sicuramente un’altra energia, sono certa che sarebbe molto interessante. Se riuscissimo a ricreare quella crescita dinamica che c’è nel ritornello — quella specie di onda che parte piano e poi esplode — dal vivo potrebbe fare davvero “spacco”. L’idea di trasformarla in un momento più strumentale, più potente, mi affascina molto. Se riusciamo a portare quella stessa onda da piano a forte sul palco, diventerebbe qualcosa di fantastico e molto forte.
Qual è l’ambizione più concreta che avete oggi come artisti: raggiungere più pubblico possibile oppure costruire nel tempo una identità musicale sempre più riconoscibile?
Per me l’ambizione è molto chiara: voglio rimanere sincera con la mia musica. Non faccio musica per diventare famosa, ma per creare qualcosa di bello, qualcosa che sento davvero e con cui posso esprimermi e toccare le persone. Se poi vedo che la gente si commuove, che mi rispetta e che capisce quello che voglio trasmettere, allora sono felicissima. Mi fa sentire che sto facendo qualcosa di significativo. La musica, per me, deve connettere. Deve rendere la vita — che è già abbastanza complicata — un po’ più semplice, più bella e più piena di senso. Ogni volta che ascolto un bel pezzo, riesco a rilassarmi un attimo e a riflettere sulle cose positive. Quindi sì: voglio crescere, certo, ma senza perdere la mia identità. Preferisco costruire nel tempo qualcosa di riconoscibile e autentico, piuttosto che correre dietro ai numeri.