Ogni brano dell’album “whynotfrank” sembra costruito come una piccola scena narrativa. In questa intervista l’artista parla del processo creativo dietro i testi, delle immagini che guidano la composizione e del modo in cui musica e racconto si intrecciano all’interno del disco.

Quando si ascolta “whynotfrank” si percepisce una grande attenzione alla scrittura. Ogni brano sembra raccontare una piccola storia. Quanto tempo hai dedicato alla costruzione dei testi rispetto alla parte musicale?
La mia attenzione, anche per il percorso che ho fatto, è sempre stata più orientata sulla musica. Per me la musica, melodia inclusa, viene prima di tutto il resto. È da lì, dalle immagini che mi evoca, che nasce poi il testo. In qualche modo è come comporre ogni volta una piccola colonna sonora. Solo raramente parto da un’idea di testo per arrivare alla musica, non è il mio processo naturale. Sono comunque molto attenta alla scrittura, mi viene spontaneo lavorare per immagini, usare metafore. All’inizio era più criptica, poi ho cercato un modo per restare fedele a quel linguaggio ma essere anche più comprensibile. Scrivo e canto per comunicare, per dire cose che non riesco a esprimere allo stesso modo parlando. Per comunicare con me stessa basta la musica: suonare, a volte cantare parole non mie; scrivere diventa necessario quando voglio arrivare agli altri.
In “Blackout” descrivi quel momento in cui la luce invece di illuminare acceca. È una metafora molto potente per parlare di attrazione e paura. Ti capita spesso di partire da immagini visive quando scrivi una canzone?
Le immagini per me sono un punto di accesso: servono a tenere insieme quello che non è ancora del tutto a fuoco. “Blackout” nasce da una tensione nell’intimità; c’è attrazione, ma nel momento meno opportuno la razionalità prende il sopravvento, interferisce e rende difficile restare nel momento. La luce, in questo senso, espone troppo e diventa quasi allucinatoria.
L’album contiene molte sfumature emotive: desiderio, distanza, memoria, scelta. C’è un brano che senti particolarmente rappresentativo della tua identità artistica oggi?
I brani di questo disco sono stati scritti nell’arco di quasi cinque anni, senza l’idea iniziale che sarebbero diventati un disco. Mi sento ancora rappresentata da ciò che raccontano, anche se oggi probabilmente alcuni passaggi li esprimerei in modo diverso. Tra tutti, quello che continuo a sentirmi più addosso, anche se può sembrare il più leggero, è “Drama Style Communication”: più passa il tempo, più mi sembra descrivere con precisione il modo in cui tanti scelgono di comunicare. Per quanto riguarda la musica, non saprei. Questo disco è stato per me una sperimentazione totale, ma allo stesso tempo mi ha riportato alle mie origini in modo più solido e sereno, aprendo la strada a nuove canzoni. Per una risposta più precisa, però, serve ancora un po’ di tempo.
l titolo “Why&Not” sembra racchiudere quasi una dichiarazione di indipendenza. Quanto è stato liberatorio scrivere una canzone che parla apertamente della decisione di non voltarsi indietro?
Lo sarebbe stato ancora di più se il diretto interessato avesse capito che era riferita a lui. Ironia a parte, “Why&Not” è stata scritta molto tempo fa, e oggi la vedo quasi come una premonizione di ciò che poi è realmente accaduto. La vera liberazione è stata racchiudere questi brani in un album da poter portare con me, ma sempre guardando avanti.