Un progetto che si muove con delicatezza tra linguaggio poetico e costruzione musicale. La sensazione è quella di un lavoro curato nei dettagli, dove ogni elemento trova il proprio spazio senza sovraccaricare l’ascolto, lasciando respirare sia il testo che le atmosfere.

“Canto dell’estate” ha un respiro completamente diverso rispetto ad altri brani. È quasi luminoso, pieno. Ti sei sentito più libero lì?
Premesso che una libertà non può sfociare nell’arbitrio e che dunque necessita dei “paletti” imposti da un criterio artistico e da un grande rispetto per gli autori, in “Canto dell’estate” ho cercato una strada melodica e profondamente interiore con la quale poter entrare in contatto con la poetica di Comi. Possiamo dire che in questa interpretazione la libertà consiste nel porre la propria personalità musicale negli aspetti più intrinseci della sua arte: il suono della parola, la contemplazione naturalistica, la luminosità rassicurante, il lirismo raffinato e, soprattutto, il profondo contatto sonoro con la percezione della bellezza e dello “spirito d’armonia”.
Nei versi “ho bevuto il sapore dei vostri giardini in fiore” si percepisce una dimensione sensoriale fortissima. Quanto lavori sull’aspetto “fisico” del suono?
Credo di avere spesso un approccio al suono e all’idea musicale di carattere affettivo, anche sensuale piuttosto che sensoriale. In tutto l’album si può cogliere nella maggior parte dei brani, da “Tu non conosci il sud” a “Primavera”, a “Un giorno di questi” a “Fatto lampo”. Nei due brani sulle poesie di Comi, “Canto della vita” e “Canto dell’estate” esiste invece una sorta di sospensione terrena che proietta una visione più legata alla riflessione interiore, una espressività comunque mai eterea: in “Canto della vita” emerge una linea melodica ariosa eseguita da voce e pianoforte, una speciale di dialogo con me stesso; in “Canto dell’estate” affiora una caratteristica ritmico armonica “saltellante” che richiama una giocosità dai rimandi infantili.
Il legame con la tua terra emerge dall’intero progetto artistico. Lavorerai sulla stessa linea? O stai pensando a nuove dimensioni da esplorare?
Essere del Sud, e del Salento in particolare, significa viverne appieno gli aspetti contraddittori, le visioni simboliche che superano la realtà materiale. È il luogo del mito e del misticismo, della lentezza, della passionalità, ma è anche terra di rassegnazione e, allo stesso tempo, di riscatto. Ma è anche necessario superare cliché e stereotipi culturali e viverlo nelle sue espressioni poetiche e musicali, osservando un certo distacco dalle narrazioni che diventano facile preda di una comunicazione mediatica che riduce questa terra a canti e balli che son degradati da tradizione culturale a divertentismo. La mia esperienza viene non solo dalle connessioni con questa terra, ma anche dalla volontà di allargare quanto più possibile le conoscenze e frequentazioni di altre e lontane culture musicali, dei linguaggi apparentemente più distanti tra loro. Sono fortemente attratto dalla scrittura di Stefano Benni, in particolare modo dalle sue poesie tra ironia e profondità, tra surreale e ritmo jazz. È un’ispirazione forte e provo ad affrontare una sfida totalmente differente dalle precedenti. Penso quindi alla possibilità di far coesistere sensazioni poetiche e futuristiche con sonorità elettroniche, ma anche più legate al solo pianoforte e alla simbiosi con l’arte attoriale. Sentieri in qualche modo già percorsi da grandi artisti, ma non per questo meno entusiasmanti, in un’apertura di linguaggi ancora più totalizzante.
A livello umano, questo progetto cosa ti ha lasciato? Più consapevolezza o più domande?
Intraprendo sempre i progetti musicali cercando di riconoscermi nelle fasi del percorso di vita e nelle età. Avvicinarmi in questi ultimi anni alla simbiosi tra lettura musicale della poesia e interpretazione melodica è stato stimolante, arduo ma anche di grande scoperta di possibilità espressive e compositive. Sebbene non sia certo una strada nuova e soprattutto di facile fruizione, rappresenta forse un pensiero col quale stabilire una comunicazione di sé, una narrazione intimistica, un proprio sentire espresso con il linguaggio che più fa parte del mio essere. Il dubbio riguarda il se, il quando e il dove questa forma possa risultare ancora efficace, in un tempo segnato dalla rapidità che soffoca la profondità, dall’immediatezza superficiale e da un vuoto comunicativo che diventa anestetico sociale. Mi piacerebbe perciò che chi ascolta questo album porti con sé un anche piccolo differente modo di “sentire” e di relazionarsi con il linguaggio poetico e quello musicale.