Follow Us

Tra chitarra, sax e sogni a occhi aperti: incontro con Randolph Carter

Suona chitarra, basso, piano e sax, ma soprattutto scrive canzoni che sembrano piccoli film. Randolph Carter torna con “Non volo mai”, un brano che mette a confronto la libertà dell’infanzia con il peso della vita adulta. Lo abbiamo intervistato per scoprire cosa si nasconde dietro le sue immagini più poetiche.

 

Suoni chitarra, basso, piano e sax: quali sono gli artisti o i generi che hanno davvero lasciato il segno nel tuo modo di scrivere musica?

Sono sicuramente tanti gli artisti che mi hanno lasciato un segno nel mondo della musica, ma se dovessi pensare ad alcuni in particolare, il primo sarebbe sicuramente Lucio Dalla. Mi ha sempre affascinato il suo modo di narrare le sue storie, così come il suo modo di interpretarle dal vivo. Da campano non può nemmeno mancare Pino Daniele, che continua a influenzarmi nelle sue sonorità. In questo periodo ho anche scoperto i lavori di Steven Wilson, come “The Raven That Refused to Sing”.

In “Filature” racconti una donna che cuce mentre il mondo si strappa: quanto pensi che questo tema della cura e della resistenza quotidiana torni anche in “Non volo mai”, magari in una forma diversa?

“Filature” si concentra sulla storia di una donna nel dopoguerra, che ricuce in maniera metaforica gli stracci di un’Italia martoriata dai conflitti, il concetto di cura e resistenza è molto presente all’interno del brano, così come in “Non volo mai”, seppure in maniera diversa. “Filature” l’ho sempre sentita più concreta nel suo modo di portare avanti la resistenza quotidiana, mentre invece “Non volo mai” cerca di combattere l’apatia attraverso il sogno e l’immaginazione.

Il testo di “Non volo mai” è pieno di immagini, dal marinaio al bambino con l’aquilone fino alla ballerina sulla cometa: non temevi che tutta questa ricchezza visiva potesse in qualche modo appesantire il racconto, invece di renderlo più immediato?

Quando scrivo cerco sempre di seguire una “regola” che fa più parte del mondo narrativo rispetto a quello musicale: questa regola si chiama: “Show, don’t tell”. Le persone sono in grado di capire le immagini che si ritrovano davanti, ed essere troppo didascalici alle volte sminuisce l’intelligenza del pubblico, non tutto ha bisogno di spiegazioni esaustive, alcune cose sono quasi più immediate quando ci sono le sensazioni di mezzo. Per quanto riguarda me, ho sempre pensato ai testi dei miei brani come a dei quadri, con dei colori e delle sfumature, per questo utilizzo molto le immagini e le sensazioni nel mio modo di scrivere.

Se domani ti svegliassi con il propulsore e le ali d’aviatore di cui parli nel brano, dove voleresti prima di tutto, e cosa vorresti lasciarti finalmente alle spalle?

Domanda davvero difficile! A dire il vero cerco sempre di svegliarmi pensando di avere già un propulsore e le ali, diciamo che le sto ancora progettando per bene! Ma il giorno in cui sarò in grado di volare davvero, allora abbandonerei tutti i dubbi e le preoccupazioni riguardo la mia musica, potrei dire di essere finalmente libero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *